Soli davanti a uno schermo. Soli con le cuffiette nelle orecchie. Soli in una chat. Soli davanti ad una tastiera.

«Ci vediamo in chat», ho sentito all’uscita di una scuola media. «Ci sentiamo più tardi». Allora succede che aspetti una telefonata e invece arriva solo un sms. Poche battute, che magari non hanno diritto di replica oppure hanno un doppio senso che non permettono di capire. La chiamano comunità virtuale. Li chiamano, li chiamiamo amici. Quelli su Fb, quelli su Twitter. Con loro mai un caffè, mai uno sguardo, mai un sorriso. E un sms o una conversazione in chat di minuti diventa stare insieme.

Lo stesso vale per il lavoro che faccio. Le fonti sono ormai diventate (ahimè) solo on line. Nessuno si muove più dallo schermo e dalla sedia. La rete ha persino sostituito il telefono. Niente voci. Tutto in silenzio. Tutto senza confronto. Senza dialogo. Ma la rete allarga gli orizzonti, si racconta. Così si hanno tanti contatti. E allora capita che la scaletta dell’incontro che devi presidiare ti arriva per e mail e chi ti manda la posta sta nell’ufficio accanto al tuo. Neppure la fatica di fare un passo e mezzo.

Devianze deviate di quella che chiamiamo comunicazione. Amicizie virtuali, lavoro che si nutre di virtuale. E amore virtuale. «Ci siamo conosciuti in chat e ci siamo innamorati». Prima di vederci è passato un anno. Lo slancio, la passione, lo stimolo, l’attrazione possono darsi del tempo? L’amore non è istinto, curiosità, scoperta? Come ci si può innamorare di lettere che compaiono all’improvviso in una serata sul divano? E la voce? L’odore? Lo sguardo? I gesti? Le risa? I colori di un vestito? Ci mandiamo continuamente foto, condividiamo tutto. E gli abbracci, i baci, le carezze, i sapori? Se scrivi una frase sbagliata sei out, si sparisce per giorni. E che le frasi siano corte. Se sono lunghe è troppo impegnativo.

Ecco, impegnativo. Non voglio impegnarmi. Non voglio dare attenzione. Voglio esserci a tratti senza presenza. Più semplice. Per occhi e orecchie. È la stagione del disimpegno. Nella comunità virtuale ci sono relazioni virtuali e anche gli attori sono virtuali. Iscriviamoci ad un corso di scrittura. Perché forse non sappiamo più scrivere a mano. Accettiamo amicizie su Facebook solo se conosciamo chi ce la chiede. Guardiamo in faccia chi vogliamo bene. Usciamo dalle nostre stanze se dobbiamo parlare con i nostri colleghi. Non mandiamogli e-mail. Riprendiamo in mano il coraggio di parlare, di affrontare gli altri, di conoscerci, di relazionarci e di stare insieme. La tecnologia va usata solo per la sua velocità, non basta a nutrire il cervello. Per quello ci sono persone, libri e luoghi.

 

*Giovanna Greco è una giornalista Rai

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