dylanOperazione al confine estremo fra l’azzardo e il miracolo, Pat Garrett e Billy the Kid spiega la grandezza e l’Enigma di Dylan meglio di cento biografie.

Il coraggio, la sfrontatezza, forse persino l’apparente sciatteria con cui Dylan realizza questi bozzetti country-ma-non-troppo aprono la porta a una rivisitazione del mito/archetipo folk non dissimile da quella che Peckinpah cerca di fare, in contemporanea, sul mito/archetipo del West filmico.

La colonna sonora è quasi niente. Talmente poca che chiede tempo e cuore aperto per essere capita. In gran parte sono cose che potrebbero essere state buttate giù in un pomeriggio. Di fatto solo un paio di canzoni compiute: una divisa in diversi movimenti, basata sulla più classica delle cadenze, l’altra di due minuti appena. Il resto sono frammenti, o forse detriti, di un folklore che contiene ancora il senso dell’epopea, ma anche il suo contrario.

Il grande spazio e le mille possibili direzioni fuori, la disillusione e la deriva dentro. West come mito al tramonto, stanco, che si trascina per inerzia, e sotto i vestiti e la polvere lascia intravedere pelle consumata e carne viva. It’s all right ma, sta solo sanguinando. Un folklore oltre l’epica per un West oltre l’epica. Complice anche un mix abbastanza strano, con i piani degli strumenti sfalsati rispetto alla calligrafia country.

Billy, dovunque vada, è sempre “so far away from home”. E se tre accordi hanno mai reso meglio questo senso di dolce, disperata desolazione, io non li ho sentiti.

Dylan compone e canta lasciando che sia sempre un senso di precarietà a guidare la carovana. E, come sempre quando è ispirato, apre finestre su parti dell’anima che ci si è dimenticati di avere. Dylan – per inciso – ha sempre chiavi che altri non hanno, entra dove altri non entrano, parla di cose che altri non sanno.

La seconda canzone della colonna sonora è Knockin’ on Heaven’s door. Una canzone per cui buona parte dei cantautori di questo mondo potrebbe uccidere. La canzone intorno a cui qualsiasi artista avrebbe costruito la carriera propria e quella dei propri eredi, Dylan non la mette in nessun disco ufficiale. Due minuti e gli spiccioli, buttati con noncuranza in mezzo a una colonna sonora. Un bagliore accecante, scuro e luminosissimo insieme, che non si scorda più.

E se vi capitasse mai di sentirla ancora, quella canzone – voglio dire di ascoltarla ancora, proprio quella versione, anche dopo le diecimila cover terrificanti di questi 40 anni – vi accorgereste bene di che cosa stiamo parlando.

Disco ideale della sera che scende, per cui non strettamente da colazione. Ma bello di una Bellezza da b maiuscola.

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