neilFile under: divinità. Difficile avere più talento e meno ambizione di zio Fred. Arrivato nel Village appena prima di Dylan (che ne parla in termini a dir poco ossequiosi in Chronicle n.1), Fred Neil prende in mano il folk da caffetteria e lo piega dolcemente dalla sua parte, seguendone le inclinazioni più morbidamente psichedeliche. Senza fricchetonismi da west coast, senza gesti eclatanti. Semplicemente cantando dentro le voci interne dell’accordo, danzando sule settime, allargando il gioco sulle fasce esterne dell’armonia, assecondando un suo personalissimo senso blues, dando a ogni suono e a ogni nota la dignità e l’attenzione di chi sa che i segreti più grandi sono nascosti nelle piccole cose. Sempre elegantissimo in ogni gesto, anche in quello di rifiutare con educazione le attenzioni del grande pubblico. Non a caso la sua hit più famosa è famosa per bocca di un altro (Nillsson, che canta Everybody’s talkin’ in Midnight Cowboy, ovvero Un Uomo da Marciapiede, altra ottima colonna sonora da colazione), ma le versioni di questo disco non temono confronti. Un disco di una bellezza strepitosa, che ti accerchia con dolcezza e inebria poco a poco, gentile e inesorabile.

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