il debutto_Photo F.Pianzola(5)La (trentaduesima!) capitale della Repubblica Islamica dell’Iran è Tehran. Lì il 98% degli oltre otto milioni di abitanti parla persiano. Lì è vietato, a uomini e donne, avere le spalle scoperte. Lì le associazioni governative commissionano opere ai graffitari “per rendere la città più bella”. Insomma: una ridda di fascino e di mistero.

l'eremita arriva all'iffutC’è una compagnia teatrale, di stanza a Bologna, che questo mistero lo è andato a incontrare. Si chiamano Instabili Vaganti, sono nati nel 2004 dal sodalizio artistico della regista e attrice Anna Dora Dorno e del performer Nicola Pianzola. A Bologna dirigono il LIV – Performing Arts Centre e il Festival PerformAzioni. E in giro per il mondo portano una rigorosa ricerca, di marca grotowskiana, che pone al centro le capacità espressive del corpo del performer, in relazione ad altri linguaggi  performativi: musica, arti visive, video.

Sono appena tornati da Tehran, dove hanno presentato lo spettacolo L’Eremita contemporaneo – MADE IN ILVA, frutto di una lunga ricerca sull’ILVA di Taranto, condotta dalla compagnia dal 2008.

IMG_4498La drammaturgia di quest’opera trae ispirazione dal diario di un operaio, deceduto a causa di un incidente sul lavoro e dalle testimonianze di numerose persone che vivono in quella città, mentre la messa in scena indaga il rapporto tra organicità del corpo e inorganicità delle azioni legate al lavoro in fabbrica.

Nicola Pianzola, interprete unico dello spettacolo, ha composto (su misura per i lettori di Gagarin!) un breve resoconto di questo viaggio teatrale in Iran.

Eccolo.

Tehran, maggio 2013

IMG_4496«Appena arrivati siamo stati ricevuti da Ali Taghizadeh,  direttore del festival, che davanti ad una tazza di tè ci ha spiegato ciò che lo ha spinto a scegliere il nostro lavoro. Quello che lo ha colpito è il linguaggio fisico attraverso il quale una vicenda ed una condizione così drammatica può essere espressa e di conseguenza recepita in maniera universale. Lo spettacolo contiene a suo avviso non solo un messaggio chiaro, ma una spinta vitale che può rivoluzionare e condizionare il teatro iraniano ed infondere nei giovani attori e studenti, la volontà di riscoprire il rapporto col proprio corpo, vittima di una serie di limitazioni imposte dalle regole. Infatti, raccontare attraverso il corpo, le immagini proiettate, i suoni, le emozioni, una storia di cui tutti potremmo essere protagonisti, intrappolati nelle nostre “fabbriche”, nelle nostre prigioni, costruite dalle regole imposte dalle società di cui facciamo parte, ha consentito agli spettatori Iraniani di entrare per empatia scenica in una vicenda a loro estranea ma allo stesso tempo così vicina, attuale e densa di rimandi alla propria condizione sociale e politica.

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Che importa se le regole sono quelle del sistema di produzione capitalistico o di un regime politico e religioso, quello che conta è il sentire di essere strumenti al servizio di qualcosa di più grande che condiziona la nostra libertà e la nostra esistenza. Vivere sotto un embargo imposto dal colosso americano, o nel rispetto di un rigido sistema di regole che vieta e censura molte forme di espressione artistica, lavorare per pochi Rial, moneta che si è svalutata così rapidamente che i tassi di cambio su internet non sono ancora aggiornati, ha reso il nostro Eremita contemporaneo un personaggio con il quale immedesimarsi, soffrire, emozionarsi, reagire, lottare per l’affermazione della propria libertà.

murales in tehranArriva il giorno della prima, stiamo per cominciare… ma alla direzione è sfuggito un piccolo dettaglio: la canottiera grigia di cui ad un certo punto dello spettacolo il nostro operaio si libera. Non è ammesso avere le braccia scoperte perciò la canotta viene sostituita da una t-shirt con le mezze maniche che resterà sul corpo dell’attore per l’intera durata dello spettacolo. Potrebbero essere presenti tra il pubblico dei funzionari del governo, che non  ammetterebbero di vedere un corpo seminudo in scena. Queste sono le regole. E questo è pur sempre un teatro, un luogo dove il minimo dettaglio può diventare così carico di comunicazione ed emozione da lasciare un segno nel tempo. Così ciò che per noi, abituati a vedere corpi integralmente nudi sulla scena, è un elemento trascurabile, diventa un segnale troppo forte, che rivela a chi guarda, che abbiamo un corpo, carne calda che si contrappone al ferro freddo della lastra metallica in cui l’attore esegue i suoi movimenti.

IMG_4497I posti a sedere non bastano e l’attesa per entrare in scena viene prolungata dal personale di sala che aggiunge posti stendendo cuscini a terra. “Da quanto non vediamo un teatro così pieno?”

“Do work! Lavora!” Così inizia il racconto della vicenda ILVA, ma potrebbe trattarsi di un insediamento per lo sfruttamento del gas o del petrolio, cresciuto in poco tempo dal nulla per opera delle imprese straniere che lavorano in Iran. Così dal buio della scena appaiono Taranto, i suoi morti, i suoi reduci, ma potrebbe trattarsi dei mutilati della guerra Iran-Iraq quando l’attore racconta che “Alla fine della giornata sembra un bollettino di guerra, con incidenti di tutti i tipi, sul campo di battaglia restano, feriti, mutilati, e qualche volta …si muore”. L’attore abbandona la maschera da lavoro, dando l’addio al compagno deceduto.

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Molti tra gli spettatori in sala, anche i più giovani, ricordano le bombe, i razzi, le persone uccise per strada. Nel momento che segna il culmine dello spettacolo quando l’attore urla il suo rifiuto al sistema in cui è intrappolato, tra il pubblico si sente qualcuno piangere. È un momento forte e condiviso che trova il suo sfogo nell’applauso finale, quando all’unisono, oltre 300 persone si alzano in piedi per battere le mani».

MICHELE PASCARELLA

7-9 maggio 2013,  International Iranian Festival of University Theatre, Tehran, L’Eremita contemporaneo di Instabili Vaganti, info

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