teatroUno, nessuno, centomila Willie Nelson.

Lo straniero dai capelli rossi, il fuorilegge, il Robin Hood di un mondo country che vuole riprendere la sua purezza voltando le spalle all’industria senz’anima di Nashville. Ma pure l’american idol/icon che ogni paio d’anni mette fuori un dischetto pulitino ed edulcorato come si deve, perfetto per rassicurazioni musical/ontologiche a quell’America reazionaria suo malgrado.

Cerchiobottista di grandioso talento, e secondo nel consumo di erbe solo al compianto Bob Marley, Willie ha appena compiuto 80 anni mantenendo una coolness inattaccabile.

Tolti i dischi in qualche modo ovvi, che sono a tutti gli effetti dizionari del country/folk/rock-ma-non-troppo così come lo conosciamo, nei suoi archivi si trovano anche diversi interessanti strani oggetti. Compresi, per gli amanti del genere, alcuni tributi a quella canzone d’autore d’annata, sul filo del jazz swingante e romantico, in cui la chitarra di zio Willie procede per strappi bluesy nervosi, come potrebbe fare un Arto Lindsay/Ribot ante litteram, mostrando un approccio di sempre viva contemporaneità.

Poi c’è “Teatro”. Seconda metà anni ’90. Registrato sotto la guida di un Daniel Lanois stranamente misuratissimo, in un contesto che è già concept in sè, questo è il disco di Willie in cui il passato e il presente si abbracciano con maggior passione.

Il video delle registrazioni (visto per ora solo in VHS) è curato da Wim Wenders: in un teatro a sud della California, tutto drappi e luci soffuse, i musicisti suonano in linea orizzontale, e registrano liberi da vincoli tecnici. Una ballerina balla dietro una tenda trasparente, strane proiezioni rimbalzano lente fra pareti e soffitti. Languida e sensuale come quella di un bordello di confine, l’atmosfera delle registrazioni si trasferisce pari-pari al disco.

Emmylou Harris, la fata dai capelli turchini, canta con Willie in buona parte dei brani. Ci sono anche altri ospiti, ma francamente non servono. La batteria è suonata da due batteristi in simultanea, metà per uno, con ritmiche che da una parte danzano fra Cuba e il Messico, e dall’altra corteggiano una serialità quasi da groove elettronico.

“Teatro” è un disco acustico con un disco ambient dietro, molto dietro.

Lanois, abbiamo già detto, tiene i suoi proverbiali filtri e i suoi proverbiali soundscapes al minimo storico. Allievo e collaboratore storico di Brian Eno, qui si limita a suonare (bene) la chitarra e a fare emergere talvolta dalla foschia dei synth note lunghe e acute, come echi di un sonar che parla di distanza e solitudine, e che lega le chitarre con una delicatezza da applausi.

Il disco è bellissimo e misterioso, a ogni ascolto. E soprattutto è Un Disco, ovvero un’opera con un’anima e una personalità, che vive e ha un peso anche a prescindere dalle singole canzoni.

Ascoltatelo nel contesto giusto, e mi saprete dire i risultati.

NOTE FINALI:

In quegli anni Lanois ha anche prodotto (monumentalmente) “Time out of Mind” di Dylan. Quella e “Teatro” sono presumibilmente le sue due produzioni migliori, quelle che invecchieranno meglio.

Entrambi questi dischi me li ha regalati Bobby Solo, che ringrazio con un inchino e un trillo della telecaster.

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