È bastato un aumento di 20 centesimi di real del biglietto dell’autobus per fare scoppiare in Brasile una serie di manifestazioni che in dieci giorni hanno acquistato una portata sempre più ampia fino a mettere in discussione la distribuzione delle ricchezze.

La protesta di migliaia e migliaia di manifestanti si è concentrata sulla richiesta di maggiori finanziamenti alla Sanità e all’Istruzione pubblica a discapito delle folli spese per i Mondiali di calcio nonostante questo sport in Brasile sia quasi una religione.

Il movimento di protesta si è allargato fino a 32 città, tra cui San Paolo e Brasilia e si é schierato contro la Pec 37, una proposta di legge per ridurre i poteri dei pubblici ministeri che sarebbe stata a favore della corruzione già molto diffusa nel Paese verdeoro.

Il governo prima ha cercato di sopprimere le manifestazioni, ma poi si è schierato a favore dei manifestanti. Il 25 giugno la Camera dei Deputati boccia il progetto di legge Pec 37 e approva una legge per destinare il 75 per cento dei proventi del petrolio all’istruzione e il 25 per cento alla sanità.

Cosa c’è di differente tra noi e i brasiliani? Riusciremmo a manifestare in massa per 15 giorni, uniti per ottenere le riforme dal nostro governo? Chissà. Il Brasile è una democrazia relativamente giovane e forse questo fa la differenza. Ma in Italia qualcosa sembra essersi interrotto negli ultimi 30 anni. La cultura dell’individualismo e della difesa dei piccoli orticelli personali ha frammentato il suo popolo. Il senso del bene comune, la tendenza a fare gruppo ed ad identificarsi in un ideale, le reti, tanto invocate in tempo di crisi, sembrano non fare più parte delle normali dinamiche della nostra società.

Ma è da qui che tutti noi dobbiamo ripartire: dallo scambio reciproco, dall’identificazione sociale in un ideale o almeno in un obiettivo comune per potere anche solo immaginare un mondo migliore. Bandite ogni tipo di lamentele.

STEFANIA MAZZOTTI

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