Nada


Nada_Malanima

Nada sorride e illumina la stanza con una dolcezza che non lascia presagire il pugno nello stomaco che sta per darti. Nada ammalia e racconta la vita. Con voce dolce e ruvida, che fa innamorare. Cos’è la vita senza l’amore? Dimmelo tu Nada che vivi cento vite ed una. Tu che canti spesso il dolore, laddove le canzonette lo censurano per non vederlo.«Il dolore è una forma d’amore, che ci fa apprezzare di più le cose, che ci fa avvicinare alle cose». Sì, ma tu lo canti in maniera così dura. «Mi viene naturale, fa parte del mio sentire, di quello che vedo intorno a me, anche nel prossimo disco sarà così. Ma non è mai negativo, non è un dolore che fa male e basta, anzi tenta di risolvere, di scoprire. È positivo in questo senso».Dolore/amore, come nel disco prodotto da John Parish (produttore di PJ Harvey) dove c’è una ghost track, Le mie madri, in cui gridi letteralmente la vita, gridi il rapporto con tua madre (e la sua terribile depressione), le gridi il tuo amore e il vostro dolore. «Il rapporto con la madre è complicato per tutti. Ma importante e fondamentale nella vita delle persone. Con mia madre eravamo dipendenti una dall’altra, così diverse e così uguali, e combattevamo: fin da piccola, quando io non capivo tante cose e lei non poteva immaginare tante cose che sarebbero successe. Ero gelosa, la volevo tutta per me, invece lei era una persona che si dava molto agli altri. Era molto allegra, piena di vita, quando stava bene. Era una donna molto intelligente, più avanti, forte. Lei ha voluto che io realizzassi un sogno, forse voleva raggiungere quello che lei non aveva potuto raggiungere. Io lo sentivo e contro questo combattevo».Le donne che racconti nelle canzoni e nei libri sono donne che godono, soffrono, insomma vivono. Come vedi la figura della donna nel clima culturale di oggi? «Provo pena per il modello che viene proposto, accettare qualsiasi cosa per avere successo. La donna non deve fare una lotta con l’uomo. La donna è donna, l’uomo è uomo. Ed è giusto che ci sia questa diversità. Nel mio libro ho descritto donne che vivevano la vita veramente in modo pieno. Il sacrificio per esempio, parola importante, anche dal punto di vista laico, è una forma d’amore, forte, che nelle donne oggi si è persa. Viene vissuto come un di meno, invece il dare qualcosa agli altri, provare amore, piacere, nel dare qualcosa agli altri è una cosa fondamentale, che è forte e da forza. Oggi? Nessuno si sacrifica più per niente e per nessuno». Ma come nasce la tua musica? «La musica viene da sè, non ha bisogno di troppe sovrastrutture, troppi ragionamenti. Dalla prima canzone al disco prodotto da John Parish è passata veramente una vita, io lo so bene. Una fatica, ma io sono abituata alle fatiche, mi piace faticare. Ho capito che se non fatico non sono contenta. È un po’il mio destino. Ancora adesso ogni volta che seguo un progetto per me è come se fosse la prima volta. Curiosità, paura, emozione e insicurezza».Hai mandato al diavolo le strade preconfezionate del dopo Sanremo. «Nessun piano o programma. Le cose succedono. Mi sono trovata a rompere gli schemi che si erano creati intorno a me e che non mi piacevano. Da ragazzina sono stata per forza di cose un po’ manipolata, costruita da altri. Quando ne ho preso coscienza ho cominciato ad andare contro le regole e le convenzioni, i suggerimenti non richiesti, istintivamente, per liberarmi, anche facendomi male, artisticamente parlando. Non volevo essere costretta a rimanere legata solo a quella canzone, meravigliosa (Ma che freddo fa, Sanremo 1969, ndr). Ad ottobre uscirà il disco nuovo, ci sto lavorando da due anni, è così bello tutto quel-lo che succederà, non so niente di quello che accadrà, non ho certezze, non ho sicurezze, non mi importa niente di quello che ho fatto, io sono così».
E l’incontro con Piero Ciampi? «Un incontro fantastico. Non poteva capitarmi di meglio. Avevo 18 anni, volevo fare altro, volevo buttare all’aria tutto, come poi ho fatto. E nessuno mi capiva. Incontrai Piero Ciampi e lui mi disse: Ci penso io sorellina. Mi sentivo appoggiata, ragionava, mi capiva, mi voleva aiutare. Poeta, disfatto dalla vita perché la prendeva tutta senza barriere, senza risparmiarsi, senza ragionamenti. Sentiva il dolore, l’affanno, la difficoltà delle persone di vivere insieme, di capirsi, di parlarsi liberamente, di conoscersi, lui si scontrava con tutto questo e questo lo rendeva una persona speciale. Dopo la sua morte ho cominciato a scrivere le mie canzoni, perché ho capito che dopo di lui non avrei potuto più cantare niente».Cosa ti porti a casa nel viaggio di ritorno, dopo un concerto o un incontro? «Già stare con la gente e sentire il calore delle persone mi sembra pure troppo, non so se merito questo. Quello che mi succede quando mi trovo a contatto con delle persone che vogliono capire quello che sto facendo o vogliono aiutarmi a farlo venire fuori, anche dal punto di vista… non commerciale… farlo conoscere, questo mi dà la forza di non arrendermi, di insistere andando oltre quelli che non capiscono. Così combatto finché non riesco a trovare il modo di trovare qualcosa che mi permette di fare un libro, di fare un disco. Che oggi sembra una cosa semplice ma non è tanto semplice. Però niente è semplice».Ti ho sentito dire: «A volte mi ritrovo nella direzione di un’altra vita». Cosa significa?«Non lo so, le cose vengono fuori così a volte. Spesso ti trovi a fare cose che non hai pensato, programmato. Però ti ci trovi, vai avanti ed è un’altra scoperta che si aggiunge al tuo modo di vivere, al tuo modo di essere. Mi sono trovata spesso a seguire qualcosa che era anche al di fuori di me, anche senza capire, però per cercare di trovare qualcosa sempre. Io dico anche delle cose a volte dure, però sono sempre… non sono mai negative nel senso deleterio del termine. C’è sempre una speranza». Un sorriso, l’ennesimo sincero di una lunga serata, buonanotte Nada, è finalmente arrivata l’estate. Non avrai freddo. Spero.

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