sieni 1«Guidate dal proprio respiro, le danzatrici si mettono alla ricerca di un’altra voce»: così il fiorentino Virgilio Sieni presenta In ascolto, coreografia nata all’interno dei percorsi di trasmissione e creazione dell’Accademia sull’arte del gesto, da lui fondata nel 2007. In scena Noemi Biancotti e Linda Pierucci, danzatrici in età di scuola media, eseguono con assoluta serietà e precisione una partitura che in soli 15 minuti fa sorridere, e piangere, e pensare, e ringraziare. Una musica semplice e malinconica accompagna, in uno spazio bianco e vuoto, minuscole azioni coreografiche, costantemente in bilico tra equilibrio e disequilibrio, tra gioco infantile e età adulta, in un esporsi controllato, in un commovente (nel senso etimologico del “muovere assieme”) mostrare la propria fragilità, il non saper bene dove andare. Per reazione, piccoli immensi gesti di incontro (tenersi un attimo per mano, sfiorarsi con le spalle, farsi cenni di intesa col capo) raccontano il bisogno dell’altro, nell’affrontare il grande aperto, l’immenso sconosciuto che viene: questioni che certo accomunano le giovanissime danzatrici e noi del pubblico, uomini e donne post-moderni di mezza età. La maestria di Virgilio Sieni (protagonista della danza contemporanea italiana a partire dai primi anni Ottanta, da quest’anno anche direttore artistico della Biennale Danza di Venezia e da pochi giorni insignito del titolo Chevalier de l’Ordre des Arts et des Lettres dal Ministero della Cultura e della Comunicazione francese) sta precisamente nel saper trasformare questi temi. Ripeto: trasformare. Distillare. Far mutare di consistenza, di stato. Far vedere in trasparenza, o in controluce. In questo modo l’incertezza, la fragilità, la solitudine non sono più solo un fatto personale, da lettino dello psicanalitica, o da diario segreto chiuso col lucchetto nel cassetto del comodino: diventano questioni universali, condivise (o almeno in parte condivisibili). Arte che racconta profondamente (e contemporaneamente) chi è in scena, noi che guardiamo e il mondo. Arte con la maiuscola, appunto.

Virgilio Sieni, In ascolto - foto  ©Virgilio Sieni
Virgilio Sieni, In ascolto – foto ©Virgilio Sieni

Non si può, ahinoi, dire la stessa cosa di tre altri lavori visti ieri al Festival.

Per cominciare: lo statunitense Brian Lobel ha proposto in un angolo di Piazza Ganganelli Hold My Hand and We’re Halfway There, performance di ben 5 ore da lui così presentata: «L’immagine è semplice e stereotipata: un ragazzo balla nella sua camera da letto. È al centro della scena e tenta di riprodurre le coreografie di oltre cento musical, circondato dal pubblico al quale viene chiesto di partecipare, alternando momenti di collettività e di solitudine. L’interazione permette così di identificarsi nel ragazzo che balla da solo, nell’amico che gli tiene compagnia, nel resto del mondo che continua a passargli accanto indifferente». Di nuovo: incertezza, fragilità, solitudine da combattere. Questioni che qui, però, rimangono a livello superficiale, propriamente privato, che fa voltare lo sguardo e provoca la sgradevolissima sensazione di essere usati perché il performer possa sfogare sue (e solo sue) frustrazioni, mancanze, insoddisfazioni.

Brian Lobel, Hold My Hand - foto ©Belinda Lawley
Brian Lobel, Hold My Hand – foto ©Belinda Lawley

Un’occasione mancata, ripetuta (e amplificata) in The Honey Queen, di e con Gertjan Franciscus van Gennip. Il performer, nudo e con una corona di cartone dorato in testa, è adagiato su un divano di pelle e immerso in un liquido trasparente di color marrone scuro (miele?). Per quasi mezz’ora invoca, si confessa, piagnucola. Parla. E parla. E parla. Paradosso: la performance è realizzata nel magnifico spazio delle grotte di Santarcangelo, luogo cui si accede tramite un lungo cunicolo e in cui, appena si arriva, si è accolti (“assordati”, ha detto qualcuno) da un densissimo, inaspettato, meraviglioso silenzio. Un silenzio che davvero potrebbe essere medicamentoso, ma di cui van Gennip pare proprio non accorgersi: lo demolisce con un fiume di rammarichi, deliri e lamentazioni, esattamente come farebbe un adolescente, così (con)centrato su sé da non vedere ciò che è altro. Ciò che non è io-io-io-mio-mio-mio, semplicemente, non esiste.

Gertjian Van Gennip, The honey queen - foto ©Reyn Van Koolwijk
Gertjian Van Gennip, The honey queen – foto ©Reyn Van Koolwijk

Infine: allo Spazio Liviana Conti, una grande bellissima fabbrica dismessa appena fuori Santarcangelo, Example, di Zoë Poluch, con la coreografa e danzatrice canadese in scena assieme a Valentina Desideri. È uno spettacolo che vorrebbe indagare «le forme e i modi con cui si vive e si lavora insieme», tema dunque affine ai lavori sopra accennati. La proposta si risolve in quaranta minuti di parole, giri in tondo e una interminabile sequela di balli e balletti su musiche ritmate e ammiccanti. Viene da chiedersi: perché? È vero che nel contemporaneo si può dire e fare tutto e il contrario di tutto, e che artisti e studiosi hanno il gusto (e il sacrosanto diritto, ci mancherebbe) di trovare collegamenti alt(r)i per motivare qualunque scelta, ma là dove si presenta Example dicendo «Il lavoro è inscritto in una più ampia ricerca di attivazione di un metodo tra il solitario e il collettivo, che abbia a che fare con l’abitazione parallela di luoghi e tempi e si fondi su una forma di reciprocità e di interdipendenza priva di compromessi», viene da chiedersi di nuovo: perché? O almeno: cosa vuol dire? Lo si può spiegare, per favore, a noi che siam gente semplice? Cosa vuol dire?

Zoë Poluch
Zoë Poluch

Se c’è ancora un significato, nell’esercizio critico, oggi, esso sta nel porre questioni, nel cercare motivi e punti di rottura, nel problematizzare (al di là del mi piace / non mi piace cui siamo, ahinoi, sempre più abituati: pallini, stellette e faccine, sorridenti o tristi, che indicano velocemente se vale o meno la pena vedere il tal lavoro).

Viene in mente Jacques Rancière. Là dove parla di “regime del sensibile”, il filosofo ragiona sul rapporto, in un dato luogo e tempo, fra ciò che è visibile (e dunque enunciabile) e ciò che non lo è. Stanno esattamente nel luogo del visibile/enunciabile (e dunque, vivaddio, questionabile) queste poche righe.

Nell’attesa di nuove sorprese del Festival, preziosa occasione di sguardo e di pensiero.

Adesso chiudo, e torno a Santarcangelo.

MICHELE PASCARELLA

http://santarcangelofestival.com/sa2013/

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