1È un pezzetto di storia della nostra terra, delle nostre mani. Che l’hanno afferrata, pescata e fatta diventare una prelibatezza gastronomica. Mani di Sophia Loren, che di quel prodotto marinato sono diventate indimenticabili testimonial pubblicitarie. La peschiamo, la mangiamo. Ma dell’anguilla non sappiamo quasi niente.

A cominciare dal suo ciclo riproduttivo, un autentico portento della Natura, conosciuto solo in tempi recenti. State a sentire: in autunno le anguille europee (non solo Comacchio ne ha fatto un vanto) lasciano Mediterraneo e coste atlantiche ed iniziano un viaggio di 6mila chilometri verso ovest e le acque tropicali del mar dei Sargassi. È qui, a sud delle isole Bermude, l’unico luogo noto al mondo dove avviene la riproduzione di tale specie.

L’istinto riproduttivo è talmente forte che le anguille che vivono in laghi o stagni chiusi non esitano ad uscire dall’acqua ed a raggiungere fiumi o mare strisciando come serpenti. Per limitare i rischi ciò avviene durante la notte, soprattutto in condizioni di pioggia (che consente a questi pesci di evitare la disidratazione) e di assenza di Luna. Una volta in viaggio verso i Sargassi, smettono completamente di nutrirsi lasciando che l’apparato digerente si atrofizzi. Al termine della migrazione tutte le anguille, ridotte ormai ad astucci di pelle e ossa, si riproducono e subito dopo muoiono. Ora la perla finale: alla schiusa delle uova, il piccolo compie a ritroso il medesimo percorso fatto dalla madre per tornare in Europa, impiegando circa tre anni per coprire il tragitto.

Nonostante continui ad allietare le nostre tavole natalizie, dell’anguilla ignoriamo spesso un’altra cosa fondamentale: rischia l’estinzione. Negli ultimi due decenni infatti, la popolazione di anguille europee si è ridotta del 90% e per evitare che scompaiano per sempre, la legislazione UE in vigore obbliga i pescatori a rimettere in acqua il 40% dei riproduttori catturati. La pesca intensiva, l’inquinamento delle acque e lo stesso, peculiare, ciclo riproduttivo paiono condannare questo animale. Anche perché – a differenza di altre specie ittiche, allevate a ciclo chiuso per scopi alimentari – nonostante due decenni di tentativi, non si era ancora riusciti a riprodurre l’Anguilla europea in cattività.

Fino al mese scorso. Mentre Paesi come Francia, Danimarca, Gran Bretagna e Olanda (il Nord Europa consuma molta carne di anguilla) profondevano allo scopo milioni e fantascientifici progetti di ricerca, per riuscire nell’impresa sono bastati un pugno di ricercatori emiliano romagnoli e poche migliaia di euro.

Cesenatico, Facoltà di Medicina Veterinaria, Corso di laurea in Acquacoltura e Igiene delle Produzioni Ittiche. Ha una faccia sorridente e divertita Oliviero Mordenti, docente e ricercatore, mentre nel suo ufficio che affaccia sul porto mi racconta del convegno londinese in cui la sua equipe (sei persone fra docenti, dottorandi e assegnisti più qualche studente) ha appena presentato ai colleghi europei i risultati del proprio lavoro. In effetti pare una barzelletta: «A turno francesi, danesi e inglesi hanno illustrato alla platea le diverse filosofie di ricerca, volte a ricreare in natura le ideali condizioni per la riproduzione, magari attraverso complessi sistemi idraulici per consentire la risalita degli animali in acque dolci più tranquille o riproducendo ambienti acquatici fittizi in camera iperbarica. Poi è arrivato il nostro turno: Signori, abbiamo ottenuto la riproduzione in cattività dell’anguilla».

Questo straordinario risultato è il culmine di un lavoro triennale finanziato dalla Regione proprio allo scopo di risollevare un settore ittico come quello di Comacchio che della pesca e trasformazione dell’anguilla aveva fatto un pilastro economico. Un triennio che aveva dato frutti insperati fin da subito. A fronte di un finanziamento pubblico talmente esiguo che prometto di non rivelare, Mordenti mi racconta di come «attraverso la modificazione graduale di temperatura dell’acqua e luce nelle vasche e con un trattamento ormonale delle femmine, abbiamo simulato il viaggio verso i Sargassi. A quel punto, mentre i francesi erano riusciti a ottenere complessivamente pochi grammi di uova (spendendo qualcosa come quasi 2 milioni di euro, ndr), noi ne abbiamo ricavato diversi etti non fecondate da ognuna delle 40 femmine trattate».

L’anno successivo, nel 2011, un altro straordinario passo avanti. Le uova vengono fecondate con il seme dei maschi e nascono i primi piccoli. A questo punto i ricercatori dovevano affrontare un altro scoglio: trovare la dieta adatta per la loro sopravvivenza. Nessuno prima aveva potuto effettuare i test di svezzamento, così si rende necessario procedere a vista: «Abbiamo tentato qualunque genere di alimento, partendo da quelli impiegati negli allevamenti commerciali di altre specie ittiche. Poi finalmente, due settimane fa (giugno 2013, ndr), abbiamo trovato qualcosa di loro gradimento e hanno iniziato ad alimentarsi». Cosa mangiano? Top secret.

Quel che ci è dato sapere è che le anguille del centro ricerche a Cesenatico se la passano bene. Anche i dosaggi ormonali per indurre l’ovulazione – ci assicurano – non sono eccessivamente invasivi. «Tutte le analisi di stress indicano che le anguille stanno bene. Anzi, terminata la riproduzione, alcune di loro non sono morte. Ora, riportandole in acqua dolce, sarà interessante verificare se davvero il loro sistema digerente si atrofizza in modo irreversibile o se possono tornare ad alimentarsi, rimettersi in forze e magari, chissà, effettuare un secondo ciclo riproduttivo».

Questi risultati da soli hanno certamente tolto il sonno ai colleghi europei di Mordenti, frustrati da anni di ricerche inconcludenti. Come se non bastasse quelle che ormai possiamo definire le anguille di Cesenatico hanno messo di fronte i loro ricercatori ad un evento che nemmeno loro si aspettavano: «Maschi e femmine, all’interno di una vasca incubatoio da noi progettata (e realizzata dalla reggiana Innovaqua, ndr), si sono riprodotti spontaneamente».

Questo, con tutte le prudenze che l’ambito scientifico impone, significa aver salvato dall’estinzione l’Anguilla europea. Sarà sufficiente mettere a punto la riproduzione in cattività su scala commerciale come un comune allevamento ittico per salvaguardare il ciclo naturale e preservare così la specie.

Dopo oltre un’ora di colloquio ringrazio il professore che prontamente mi corregge. «Sono titolare di cattedra ma sono solo un ricercatore. Non mi interessano nemmeno i possibili brevetti di ciò che abbiamo messo a punto qui. Pregiudicherebbero la possibilità della pubblicazione scientifica dei nostri risultati».

Riposarsi sugli allori dunque? Nemmeno per idea. L’uomo che sussurrava alle anguille ha già in testa la prossima mission impossible: «Da un paio di decenni nessuno ha più pescato lo Storione adriatico. È un animale fantastico, un vero pesce preistorico di cui sono rimasti in natura pochissimi esemplari. Ho reperito alcuni soggetti adulti stoccati in cattività e nella nostra serra ittiologica abbiamo eseguito la riproduzione artificiale. Già da quest’anno abbiamo rilasciato i primi storioncini nel fiume Reno mentre altri si trovano in una vasca d’osservazione al parco Le Navi di Cattolica…».

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