In una Mostra di Venezia che ha lasciato a molti l’amaro in bocca e poche vere emozioni, sebbene la parte del “leone” l’abbia fatta un film romanocentrico di nome e di fatto, quest’anno i film italiani più interessanti hanno casualmente, ma neanche troppo, riguardato un’area del Paese che vive tutte le contraddizioni della nostra epoca, il Nordest.

La prima neve di Andrea segre (2013)
La prima neve di Andrea Segre (2013)

Con La prima neve Andrea Segre, dopo il successo di Io sono Li, ci racconta ancora una volta di un incontro tra un migrante e gli abitanti locali. Siamo nella valle trentina dei Mocheni, attorniata da vette incontaminate e ricca di pascoli e boschi, larici e abeti rossi. L’obiettivo della macchina da presa, con sguardo discreto, segue in particolare le storia di Dani e Michele. Il primo è fuggito dall’Africa e dalla guerra civile libica e vive con la figlia in una casa d’accoglienza per rifugiati. Il secondo trascorre la sua adolescenza tra la famiglia dei nonni, gli amici della montagna e la madre. Entrambi vivono il dolore inconsolabile di una grave perdita. Quella della moglie per Dani, morta di parto durante l’avventuroso viaggio in barca verso l’Italia. Michele il padre, alpinista travolto dalla montagna durante un’arrampicata. L’incontro tra i due, le parole e gli sguardi che si scambiano, riesce a far fare ad entrambi un passo avanti nell’elaborazione del loro lutto. Lo scorrere del tempo è scandito dai ritmi lenti della vita nella valle e dai silenzi di persone abituate alla solitudine, che con poche parole dicono molte cose. Nelle sale dal 17 ottobre.

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Zoran, il mio nipote scemo, scatena risate e vince il Premio del pubblico della Settimana della critica. Il film di esordio di Matteo Oleotto è ambientato in un piccolo paese vicino a Gorizia, in una zona del Friuli che ancora risente del trauma della divisione di un popolo fra Italia e Jugoslavia. Paolo, interpretato dal maestoso Giuseppe Battiston, è un perdigiorno gretto e meschino, vittima egli stesso di un egoismo che lo ha portato a buttare tutte le occasioni che la vita gli ha offerto. Non gli resta, quale ultima consolazione, che il vino (il film ha una gradazione alcolica decisamente elevata). Un’inaspettata convocazione per la morte di una zia slovena gli porta in dote, in luogo dell’agognato denaro, un nipote scemo: Zoran, occhialoni da sfigato e eloquio da nerd irrecuperabile (una rivelazione l’attore sloveno Rok Prašnikar), del quale dovrà farsi carico prima del definitivo affidamento ad un istituto. Se non che la scoperta di una sorprendente abilità del nipote nel tiro delle freccette, fa nascere in Paolo l’idea di sfruttarlo per far su un po’ di soldi. Le cose andranno però diversamente. A dare il giusto ritmo contribuiscono, oltre ai cori della montagna, le musiche dei romagnoli Sacri Cuori. Nelle sale dal 31 ottobre.

Piccola Patria
Piccola Patria di Alessandro Rossetto (2013)

 

Piccola patria, la legge degli “schei”. La carrellata scorre su capannoni industriali ed aziende agricole. All’improvviso appare, dal nulla, un grandioso monumento al falso benessere, un hotel con piscine e idromassaggi dove il lusso smodato si confonde con la volgarità di chi pensa che basta avere i soldi, gli schei, per saper vivere. Anche la protagonista dell’opera prima di Alessandro Rossetto, Renata, che lavora come inserviente in quell’hotel, ma che arrotonda concedendo il proprio corpo a uomini incapaci di dare e ricevere amore, ha come ossessione quella di fare soldi e non ha remore ad utilizzare l’amicizia con una sua collega molto carina per organizzare un ricatto ad uno dei suoi clienti in cerca di nuove emozioni per sopportare la propria impotenza. Più che la storia a colpire di questo film è la rappresentazione documentaristica dei luoghi, propria dell’esperienza cinematografica precedente del regista. Una piccola provincia del nordest dove tutti si conoscono, vanno a messa la domenica e insieme trascorrono le serate al bar a discutere dei “negher” che oramai si sentono padroni e che non se ne può più e bisogna dargli una lezione. Miserie di un’umanità perduta in cambio di pochi schei.

ALDO ZOPPO E DARIO ZANUSO

 

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