three-second-kiss-uzeda-atpIl sabato sera Bologna assomiglia ad uno zoo coloratissimo di ciuffi anni Ottanta. Con il calare della luce, bande di ragazzini, nuovissimi studenti atterrati all’aeroporto Marconi per una invasione pseudo culturale a base alcolica, dove cultura coincide con rimescolamento e chimica con sballo, invadono la capitale emiliana come un esercito di topi.

Mentre mi rileggo, potrei sembrare un arrogantissimo Arbasino, che abbonda con le “s” e le descrizioni dei vizi altrui, dall’angolo del censore moralista e giudicante. Una materia, l’etica, dalla quale vorrei subito prendere le distanze. Preferirei evitare di snocciolare un termine abusato e improprio come degrado, che mi suggerisce solo l’idea di scatola vuota, esattamente come le ultime pellicole di Paolo Sorrentino.

Forse desidero parlare di forza centrifuga. La stessa che sabato sera mi ha condotto al Freakout, in via Emilio Zago, proprio sotto il ponte di via Stalingrado, ovvero a due passi dalle torri. Le distanze in questa città sono solamente simboliche: simulacri che ridisegnano confini tra status sociali. La confusione tra il coraggio di uscire vivi dal centro e la fuga verso la vicinissima interland è a questo punto una missione.

Così l’appena fuori mura diventa un’altra città nella quale si scansa la barbarie giovanilista. Il pubblico che si riunisce per la data bolognese dei Three Second Kiss, assomiglia ad una accolita di fedeli che arriva a piccoli gruppetti di due, tre persone; i capelli sono lunghi o corti, piuttosto bianchi, in ogni caso, ma non per assecondare nessuna teoria che vada a braccetto con l’assioma bulbo bianco uguale a saggezza.

I Tsk, sono una band indie nata nei primi anni novanta del secolo scorso, votati all’America più rumorosa il cui guru ha nome e cognome: Steve Albini, l’anti guitar hero dell’underground rock statunitense. Prima ho parlato di accolita, di fedeli, di guru; tutti termini che riportano alla descrizione di un immaginario che ha a che vedere con la fede. Un culto laico che dai primi anni Ottanta, ha contribuito a creare un substrato culturale intorno ad un rock and roll costruito sul nichilismo e la matematica del furore hardcore. Il quartier generale di questa religione in Italia, debitrice a Steve Albini, risiede in Sicilia, più precisamente a Catania, dove tra il finire degli anni ottanta e gli inizi degli anni novanta, prendono forma realtà come Uzeda e Tsk.

La distanza tra Chicago e Catania si dimezza e il tamarindo si mescola alla diet cola. I Three second Kiss non sono siciliani, ma solo per un terzo: Sacha Tilotta, batteria del trio (succeduto all’emiliano Lorenzo Fortini) e figlio del chitarrista degli Uzeda, Agostino Tilotta. Marchigiano il chitarrista Sergio Carlini e calabrese il bassista cantante Massimo Mosca, stanno di stanza nella adottiva Bologna. Tutto in famiglia insomma, mentre zio Steve produce e supervisiona dall’altra parte dell’oceano. Tsk suonano in America e in tutta Europa, esportando il loro sound granitico dal 1996, anno di esordio con “For pain relief” per Lollipop records; incidono nel frattempo quattro dischi prima del recente “Tastyville” del 2012, lavorando con Wide records, Slowdime e altre etichette seminali dell’indie-rock. Il concerto vede in apertura il gruppo catanese Long-J, un duo che suona come i vecchi Big Black di Albini, metronomici e furenti, dove la voce isterica volteggia intorno ai feedback della chitarra per trenta minuti che non lasciano spazio a fraintendimenti. Un ritorno in patria per i Tsk, che con “Tastyville”, il loro ultimo album, uscito per l’etichetta francese Africantape, danno il via alle danze; cambi di tempo, ritmiche su tempi dispari e chitarrismi dissonanti mentre la voce alterna sussurri e grida suadenti sopra un basso monolitico. I nuovi pezzi ricalcano lo stile della band, rimarcando la loro matrice definita math-rock, post-rock ,e le etichette tanto care ai critici musicali, non si contano. Impossibile definire la loro precisione e il loro destrutturare continuamente la forma canzone, azzoppando ritornelli e mozzando riff con stacchi di batteria in controtempo, per poi librarsi in varianti jazzate e aperture impossibili. Il piccolo pubblico fa ondeggiare la testa, in pieno stile anni novanta, e ad un certo punto qualcuno prova persino ad azzardare, innescando la miccia di un ristretto pogo, spintonando e dando sfogo alla rabbia trattenuta sparata fuori dagli amplificatori. Suonano anche molti brani meno recenti tratti da “Music out of music” e “Everyday everyman”, omaggiando i fan della prima ora che iniziano un loro mantra alla Benjamin Button, in attesa di ritornare ancora kids e riprendere in mano skate e fumetti. Il Freakout per qualche ora riverbera di note e buone cose. Essere indipendenti e i Tsk lo sono, vuole dire questo: vuole dire suonare a qualsiasi costo una musica che non interessa alle major, vuole dire fare parte di una nicchia alla quale le persone accedono attraverso il passaparola e gli show live. Non sono i media, le pailettes dello spettacolo e i video su Mtv o i passaggi su Pitcfork. Occorre suonare e suonare in ogni posto nel quale sia possibile farlo. Forse bisogna andarsene dal centro, dai ciuffi anni ottanta e dalle barbe da mormone, perché questa non è una pubblicità della Mercedes. Questo è il rock indipendente, è un’altra cosa e i Three second kiss sembrano saperlo da sempre. Qui dove la periferia brucia e il tamarindo fa rima con gli albiniani di Sicilia.

Marco Boccaccini

 

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