Bob-Dylan-Palazzo-Reale-Milano-febbraio-2013-580x433Il grande sogno egalitario degli anni ’60, l’utopia di una società migliore svanisce definitivamente un paio d’ore prima del concerto.

Caffè di fronte agli Arcimboldi. Unica struttura cibo-dotata nel deserto della Bicocca, area ex industriale (s)fiorita negli anni della Milano da bere, palazzoni bianco avorio senz’anima che trent’anni dopo somigliano ancora più a un plastico che a un quartiere.

Al Caffè, si diceva, è tutto molto average per non dir mediocre. Eppure: 45 euro per due panini e poco altro.

Ha vinto il capitalismo, zio Bob, rassegnati.

In molti si sono rassegnati, stasera, le utopie restano a casa.

Pure noi che abbiamo sganciato una novantina di euro cadauno per posti a distanza-campo-di-calcio dal palco. E, oltre a quelli, 17 inspiegabili euro di commissione a Ticketone per un servizio gestito da un software.

Per qualche motivo una serata che parte parlando di soldi parrebbe tutta sbagliata, finita, conclusa. Prima ancora di cominciare.

Poi arriva Bob, su Things Have Changed. E dice il giusto.

Le luci si sono spente, le cose sono cambiate.

Il Vecchio a centro palco, gambe divaricate e vestito da cerimonia messicana.

Canta come uno sciamano, gola e diaframma. Lui e le sue canzoni, un rito misterioso.

Dylan e la band battono come il cuore di un atleta: partono sempre bassi, sempre da un sussurro, da una linea quasi piatta a cui i ritmi fisiologici si adeguano. E poi con impercettibili variazioni alzano la posta in gioco, con Sexton che cuce nelle retrovie e Garnier e Recile che tuonano sottovoce, sulle frequenze della pancia. Crescono senza fretta, ma inesorabili. E proprio quando stai per prenderci gusto tornano giù, al sussurro e alla linea piatta.

Bob conosce il gioco, un gioco quasi zen, e in questo negarsi-darsi-negarsi, in questo continuo portare le canzoni sulla soglia della catarsi e tornare indietro si prende tutta l’aria degli Arcimboldi, tutti i nostri respiri.

La catarsi però arriva, senza preavviso, ogni volta per pochi definitivi istanti. In mezzo a pezzi che non ti aspetti (Pay in Blood), su quell’armonica stridula che taglia il pezzo a metà, sulla lunghissima preparazione dell’ultimo ritornello di Hard Rain’s Gonna Fall.

Perchè arrivi, e come, non si sa. Questo è il punto.

E’ qui che la recensione musicale deraglia, anzi diventa inutile, e tocca parlare di altre cose.

E’ probabile – io credo  – che non lo sappiano bene neppure loro, perchè certe cose succedono dentro e intorno a quei pezzi.

Può essere che persino Bob abbia soltanto capito, negli anni, il sistema migliore di accompagnare quei pezzi fino a un certo punto del percorso. Portarli su una soglia di qualcosa di Altro, aspettando che Quella Cosa succeda, o non succeda.

Può essere che questo sia il suo segreto.

Se non addirittura il segreto più intimo della performance, della musica suonata con la gente.

Parliamo di Mistero, qui, e non di strategia. Parliamo di cose molto oltre la musica, molto oltre il “suonare bene” o il “cantare bene”.

Dylan e questa banda hanno in dono il Senso del Mistero, e lo accettano. Accettano di officiare il rito, e stendere il pezzo sull’altare del palco, in attesa che arrivi (o non arrivi) Qualcosa dall’alto a illuminarlo.

Quando arriva la luce, ce n’è talmente tanta da rimanere accecati.

E’ roba che non si può misurare con nessuno strumento. Che lascia interdetti. E illuminati.

Essere contemporanei di un qualcosa di così Alto è una cosa seria. Un privilegio.

Che non ha nulla a che vedere con la scaletta, con il collezionismo della musica, con sapere tutti i pezzi a memoria, con quanti pezzi di carta convenzionalmente chiamati banconote abbiamo movimentato per essere qui. Qui c’è in scena la materia pulsante della Vita, ed è un’altra cosa, un altro livello.

Ci risvegliamo in una grigia A14, di notte. Inondati di pioggia e – ogni volta – di quello strano, dolce, severo, spietato senso di Grazia che Vecchio porta con sè.

ANTONIO GRAMENTIERI

3 Commenti

  1. Grande…. tutto ok…. vero e….. tragico quando le luci sul palco si spengono…. per fortuna le fiammelle eterne accese sul cuore ce lo riportano ogni istante davanti agli occhi

  2. Comunque l’area di Bicocca è fiorita in realtà… sui detriti dell’area industriale di Greco Pirelli, giovani in movimento che spero che colgano il testimone dei lavoratori che hanno reso grande quella zona di battaglie. Detto questo sono felice di esserci stata anche io sabato, non ha cantato Hard rain, che aveva reso ancora più trepidante la mia attesa, in compenso la pioggia è caduta comunque. <3

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