Guido Guidi, Pineta di Tagliata di Cervia, 1984

 

Guido Guidi, Pineta di Tagliata di Cervia, 1984
Guido Guidi, Pineta di Tagliata di Cervia, 1984

 

Entrare a Trastevere da un angolo nuovo, sbucare nella piazzetta di Santa Cecilia mentre il temporale che annuncia inverno concede l’onore delle armi agli ultimi raggi di sole. Una Roma intima e complice come solo Roma sa essere, continuare a camminare. Costeggiare mura antiche, trattorie, buche di lavori in corso, bar dai nomi moderni, riempirsi gli occhi.

Poi un cartello che annuncia la mostra di Guido Guidi. La pioggia va e viene, noi si entra. Quasi per caso, come quella volta con Eggleston a New York (anche quella volta, amore al primo sguardo).

Mi piacerebbe essere più bravo a scrivere di fotografia, avere strumenti all’altezza e occhi migliori. Ma si fa con quello che si ha, e che ci si trova di fronte.

Le immagini di Guido Guidi hanno una grande forza, familiare eppure misteriosa.

Sono immagini che indagano sempre su una linea di confine. Il confine indecifrabile che separa il paesaggio naturale dal paesaggio umano. E che, sopratutto, indagano le relazioni che nascono su questo confine, fra i segni della natura e quelli degli uomini. Gli spazi reclamati dagli uomini, gli spazi che la natura mantiene, o di cui magari si riappropria con i suoi tempi. Tempi d’erba ai bordi del marciapiede e ruggine sui silos.

Quello di Guidi è un racconto del contemporaneo condotto senza preconcetto, senza una conclusione o una teoria da dimostrare, senza pretesa morale e senza giudizio. Guidi non tifa nè per l’uomo nè per la natura. Nè per il passato o per il presente.

Guidi guarda, e noi con i suoi occhi. Il palo della luce, l’insegna del benzinaio e l’albero pari sono, tutti esistono. Tutti definiscono, disegnano, inquadrano lo spazio intorno a noi qui-ed-ora; tutti incorniciano un presente. Presente degli spazi periferici, di transizioni che accadono con tempi e modi diluiti, fra un filare di viti e un cavo dell’alta tensione.

Le presenze umane, poche, sono identità in transito nel paesaggio. Il loro racconto personale è limitato al momento della loro presenza nel luogo, e mai si spinge oltre.

Poi c’è dell’altro. Le immagini scelte per la mostra risalgono a un momento degli anni ’80 in cui l’Italia sta cambiando. E così ogni immagine diventa anche un fotogramma isolato della mutazione. Frammenti di un racconto che si svela suo malgrado. Il racconto delle nuove periferie industriali, di quelle dismesse, dell’Italia contadina che cede definitivamente il passo, un’Italia che cambia d’abito, di insegne luminose e brand fluorescenti, un’Italia che corre ma non è ancora chiaro verso cosa.

Immagini straordinarie, che non hanno fretta di sedurre, che sanno tenere dentro un numero impressionante di stimoli e di significati e cederlo poco a poco.

Potete ancora vedere la mostra a Cesena, per qualche giorno.

 

ANTONIO GRAMENTIERI

Fino al 19 gennaio, Cesena, Guido Guidi. Cinque paesaggi, 1983 – 1993, Chiesa dello Spirito Santo, via Milani 15, aperta dal lunedì al venerdì dalle 16,30 alle 19,30; sabato e domenica dalle 10 alle 13 e dalle 16,30 alle 19,30. L’ingresso è gratuito.

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