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Lenz Rifrazioni, Hamlet Solo

«Che cosa resterà di me, del transito terrestre, di tutte le impressioni che ho avuto in questa vita?» cantava un po’ di anni fa Franco Battiato. Parafrasando: a distanza di qualche giorno dalla fine di un festival, cosa rimane?

In questo caso, innanzitutto, la gioia di una programmazione variegata e “aperta”: teatro d’attore e danza contemporanea, Manzoni e Meister Eckhart, D’Annunzio, Shakespeare e Richard von Krafft-Ebing, musica e silenzio, Caterina Lucrezia de’ Pazzi e i quadri della Galleria Nazionale, il Giappone e Berlino, la rivoluzione egiziana e il dipartimento di salute mentale, i maestri e le nuove generazioni.

Rimangono gli spettacoli visti, certo: le dense proposte di Silvia Costa (16b-Come un vaso d’oro massiccio adorno di ogni pietra preziosa e Stato di grazia), il nuovo lavoro “strutturalista” dei romani Muta Imago (Pictures from Gihan), l’imprevedibile ed esilarante Still Standing You di Pieter Ampe e Guilherme Garrido e i tre debutti dei padroni di casa: I promessi sposi, La gloria e Hamlet Solo.

Muta Imago, Pictures from Gihan
Muta Imago, Pictures from Gihan

Di alcuni di questi lavori si è già dato conto nei giorni scorsi, attraverso brevi interviste agli autori. Ora si vorrebbe brevemente accennare all’ultimo titolo citato qui, Hamlet Solo, spettacolo ricolmo di salutari inquietudini e di durevoli domande. Barbara Voghera, storica attrice sensibile del gruppo, dà carne e voce con intensità e sapienza a quell’Amleto che da molti anni, e in modi diversi, occupa gli artisti di Lenz Rifrazioni. Le caratteristiche immediatamente evidenti della protagonista (la sindrome di Down e un’indiscutibile maestria teatrale) realizzano con perturbante precisione quel «dispositivo drammatico che rivela la natura orfana di Amleto, la sua inevitabile e assoluta solitudine scenica ed esistenziale»: questo è un compiutamente enigmatico spettacolo sulla “oneness”, direbbero gli anglofoni, termine che rimanda al contempo alla solitudine e all’interezza, all’unità.

Lenz Rifrazioni, Hamlet Solo
Lenz Rifrazioni, Hamlet Solo

Hamlet Solo (nomen omen) abita uno spazio con pochi oggetti necessari e, sul fondo, una grande proiezione: memorie di precedenti attraversamenti shakespeariani, una «partitura visiva di spettri», appunto. Le ultime parole pronunciate in scena (per la traduzione e drammaturgia di Francesco Pititto) condensano le molte tensioni che attraversano questo lavoro potentissimo e commovente (in senso etimologico, non certo sentimentale): «Io qui, o io non qui, … / meglio che stia a soffrire i colpi tuoi, Fortuna / o difendermi / contro il mare dei tuoi colpi vigliacchi / e così, finire. / Morire, dormire… / e poi il niente, / e solo così piantarla con il cuore crepàto / e i mille colpi che la Natura riserva alla carne… Morire, dormire … / e per caso sognare. / Ah, questo è il problema, / quali sogni se appena risolti / sono i nodi mortali? / E se i sogni partorissero nodi? / Ecco perché si continua, senza fortuna. / Chi sopporterebbe il consumarsi dei giorni, l’inutilità del buonumore, / il successo dei mediocri, / i figli senza padri né madri / se potesse saldare il conto / con una ruvida punta? / Chi si porterebbe addosso il carico della vita / se non ci fosse già la paura addosso, / di quel che non c’è… non si sa / e di quel niente / che nessuno ha mai portato indietro? / Questa coscienza ci fa pazienti, / caro mio / mentre la vita si riprende / anche il tuo ultimo gesto».

Lenz Rifrazioni, La gloria
Lenz Rifrazioni, La gloria

Ogni festival è certamente costituito dagli spettacoli in cartellone, ma non di meno dal pensiero che sta prima e dopo, sopra e sotto. In questo caso, il riferimento esplicitato è il filosofo francese Gilles Deleuze, al quale, per eventuali ulteriori allargamenti e “atti di pensiero”, si potrebbero forse aggiungere quattro suoi connazionali.

Innanzi tutto Jacques Lacan, che in Il Seminario Libro XVII, Il rovescio della psicolanalisi 1969-1970 precisa la distinzione fra tre tipi di discorso: quello “del padrone”, quello “dell’analista” e quello “dell’università”. Nella prima categoria, adattando la riflessione lacaniana ai nostri ambiti, si potrebbe considerare un festival come il luogo di sanzione di un’appartenenza, come esercizio del decidere cosa pertiene al proprio discorso: quali spettacoli devono essere visti e quali no. Nella seconda tipologia sta il contributo della critica: si collocano qui, seppur indebitamente, queste poche righe. Dell’ultimo tipo sono le applicazioni di specifiche categorie interpretative ai testi spettacolari: ciò contribuisce alla costruzione del sapere.

Lenz Rifrazioni, I promessi sposi
Lenz Rifrazioni, I promessi sposi

È forse legittimo far conseguire a questa tripartizione lacaniana due feconde derivazioni: Michel Foucault, là dove definisce il discorso «luogo dell’articolazione produttiva di potere e sapere» e il “regime del sensibile” teorizzato da Jacques Rancière. Si tratta di un modo di organizzazione delle evidenze sensibili che determina il rapporto fra ciò che in una data epoca (o in un dato festival, si potrebbe dire in questo caso) è sensibile/visibile e ciò che resta insensibile/invisibile, e di conseguenza fra ciò che è enunciabile e ciò che non lo è. Questo ci porterebbe dritti dritti alle affascinanti riflessioni di Michel De Certeau sulla posizione che si occupa nel momento in cui si prende la parola, che si tralasciano per non affaticare troppo il lettore, ora.

Ampe & Garrido, Still standing you
Ampe & Garrido, Still standing you

Cos’altro rimane, della diciottesima edizione di Natura Dèi Teatri? La qualità delle molte attenzioni (degli organizzatori, dell’ufficio stampa, dei direttori artistici). Il vivo bisogno di incontri fra umani. E un’idea (una speranza?): che a Parma, tra uno spettacolo di danza e un comunicato stampa da spedire immediatamente, tra un abbraccio e i biglietti da strappare, tra una riunione organizzativa e tre telefonate, stiano costruendo, zitti zitti, che a Parma, dicevo, stiano realizzando da sotto, un po’ di lato, a Parma, insomma, senza sbandieramenti di teatro-terapia o altre banalità ad effetto mediatico, beh, non vorrei dirlo, insomma, che son quelle parole così consumate da risultare retoriche e vuote, quelle parole vietate a noi disillusi sconsolati post-moderni, cioè a Parma, dicevo, a Parma, va a finire che stiano inseguendo, va bene la dico, anche se è vietata, la dico, la parola: va a finire che a Parma stian realizzando, a Parma, quelli di Lenz, a Parma, dicevo, una minuscola, spietata, scomoda, crudele, umanissima utopia.

 

MICHELE PASCARELLA

 

Info: http://www.lenzrifrazioni.it/natura-dei-teatri-2013

 

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