È una quindicina di giorni che la scrittura langue e così pure le sperimentazioni culinarie.

Prima, la breve ma inevitabile malattia del viaggiatore, della quale risparmierò i dettagli, poi la totale mancanza di internet nella fiduciosa speranza di avvistare elefanti selvatici tra una piantagione di tea e l’altra.

Ma ora siamo tornate alla vita: siamo arrivate a Mumbai!

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L’assaggio che avevamo avuto lo scorso anno, trascorrendo qui appena un paio di giorni, non aveva fatto altro che solleticarci l’appetito. «Dobbiamo tornare» c’eravamo dette all’unisono. E così è stato. Come una profezia. 

Questa volta siamo arrivate, nello spirito delle vere viaggiatrici e dopo un bel viaggio in treno di 15 ore, alla magnifica Victoria Station. Un «long journey trip» è veramente una esperienza da fare quando si viaggia in India con un po’ di tempo a disposizione. Non c’è nulla di meglio che vedere il paesaggio cambiare dal finestrino o, afferrate saldamente le maniglie, godere del vento attraverso le porte del treno perennemente aperte.

E che dire del cibo!! Tutto quello che potresti desiderare o assaggiare ti viene offerto lungo il viaggio da venditori autorizzati e non. Iniziando da piccanti samosa con chutney di frutta nella tarda mattinata o per pranzo, passando da semplici ma saporiti sandwich vegetariani per lo spuntino del pomeriggio, fino ai biryani di pollo o di verdure serviti per cena. E perché negarsi chai, caffè o succhi freschi di ananas lungo il viaggio.

Le cuccette sono abbastanza comode e vieni servito di lenzuola pulite e coperta. Una notte di sonno cullata dallo sferragliare del treno. Poi il richiamo dell’uomo del chai all’alba e capisci di essere giunta a destinazione.

Arrivate a Victoria Station è la prima volta che sento quello che la gente chiama «l’odore dell’India». Odore pungente di immondizia, degrado, spezie ed umanità. Le narici si impregnano completamente, vorresti quasi non fosse necessario respirare.

Ma ben presto l’odore svanisce: gli occhi e le orecchie sono invase dai colori, dalla gente, dal caos. Vieni risucchiato nel ventre della città.

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Migliaia, ma letteralmente migliaia, di persone per le strade, ovunque bancarelle lungo i marciapiedi, famiglie che sullo stesso marciapiede preparano la cena, succhi ghiacciati di canna di bambù a 10 rupie, cani, edifici coloniali che si alzano al cielo, palazzi in degrado ed alberi maestosi. Mai visti alberi così magnifici e regali, una magia antica si irradia da i loro tronchi enormi.

E come se ciò non bastasse è l’ora di punta. Clacson riecheggiano da ogni dove, macchine, autobus, taxi, moto, rickshaw: una sinfonia ininterrotta. Chissà se qualcuno riesce a capire veramente qualcosa in questo caos… ma pare di sì.

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Del resto sul retro di ogni camion compare la scritta «please horn» e se non è un invito questo!

Non so perché ma d’un tratto il vecchio nome della città mi sembra molto più calzante: rotondo e pieno. Davanti ai miei occhi: Bombay.

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