liberation-tt-width-604-height-403«Siamo un giornale. Non un ristorante, non un social network, non uno spazio culturale, non un bar, non un incubatore di start up». Mi piacerebbe avere la stessa convinzione dei giornalisti di Libération che all’inizio di febbraio con queste parole hanno risposto ai loro azionisti che indicavano loro nuove linee di profitto a fronte dell’ennesima mancanza di liquidità. Tra queste c’è la proposta della realizzazione di un ristorante e di uno spazio culturale nella sede della redazione.

La protesta dei dipendenti di Libération, quotidiano francese storico, è comprensibile e intenerisce allo tempo stesso.

Si tratta forse dell’ultima resistenza in difesa di un modello economico editoriale che non sta più in piedi da solo e secondo logiche che funzionavano 30 anni fa.

Come deve finanziarsi un giornale? Una volta lo faceva attraverso le vendite in edicola e la pubblicità. Oggi nessun quotidiano nazionale italiano potrebbe vivere senza finanziamenti pubblici. È questo il motivo, in parte, di tanta cattiva informazione. Così i bilanci delle case editrici sono sempre risicati, i giornalisti sono pagati troppo poco per fare bene il loro mestiere – sempre più spesso non hanno neanche il tempo di verificare le fonti – e le redazioni perdono progressivamente il dialogo con i lettori.

La proposta degli azionisti di Libération, invece, potrebbe essere una soluzione. Un centro culturale, un network di informazione che diventi anche un modello di pensiero, di stile di vita, uno spazio di riflessione e di dibattito per innescare una macchina autonoma che abbia la possibilità di fare informazione il più possibile libera.

Gagarin è nato con questi presupposti e con questa ambizione: mezzo di informazione indipendente che vuole essere un punto di riferimento per un’ampia rete di produttori e consumatori di cultura e qualità della vita.

Il cartaceo è diventato bimestrale, da un anno abbiamo aperto gagarin-magazine.it. Con tutte le difficoltà del caso e grazie a molto volontariato stiamo ancora in piedi, ma non è detto che presto non diventeremo un ristorante.

 STEFANIA MAZZOTTI

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