Gabriel Garcia Lorca nel 1934
Gabriel Garcia Lorca nel 1934
Federico Garcia Lorca nel 1934

Raggiungere Fuente Vaqueros, partendo dalla stazione degli autobus di Granada, prende meno di un’ora. Questo è almeno il tempo percepito come reale; in verità, lasciato il centro cittadino, inizia un viaggio nel tempo nell’Andalusia della pianura-“l’accordo splendido e definitivo della pianura”- fatta di campi arati e rinsecchiti dall’insopportabile calura d’agosto, costoni nudi di roccia porpora e granulosa, paesi minuscoli con le tipiche costruzioni bianche e basse che la nettezza del sole di queste parti taglia con ombre nette e squadrate, come in un film espressionista. Fuente Vaqueros è, all’apparenza, uno qualunque di questi paesi fatti di un’unica strada. Se non fosse che qui, il 5 giugno 1898, nacque Federico Garcia Lorca.

Per continuare il viaggio nel tempo basta incamminarsi per quell’unica via e poi lasciarla, svoltando a sinistra in una delle rare vie laterali: lì c’è la casa natale di Federico. Battete il ferro del bel portale, oppure suonate semplicemente il campanello. Sentirete l’eco di passi avvicinarsi, il portone merlettato di legno d’olivo aprirsi. Sarà Federico stesso ad accogliervi. La fronte alta, gli occhi vispi ma melanconici, i capelli ricci addomesticati dalla cera, la voce profonda ma chiara che, secondo l’amico Bunuel, lo rendeva “il miglior lettore che abbia mai sentito”.

È solo un po’ invecchiato, certo. Superato lo shock capirete che davanti avete solo un suo pronipote, non un fantasma o un’inaspettata epifania. Questo sarebbe stato il tuo volto quieto d’anziano, Federico, se la violenza fascista non ti avesse ucciso e sepolto chissà dove.

Attraverserete la stanza dove la madre partorì, vedrete utensili e catini di rame il cui utilizzo è ormai dimenticato; entrerete poi nel patio, pieno di glicini e rose di San Francesco, dove tu, Federico, giocavi con i tuo fratelli.

Nel silenzio irrequieto e schiacciante della vega andalusa, imbarazzati ma decisi a sapere, chiederete del mistero terribile di un altro agosto, quello del 1936. Eri tornato in visita, impaurito dalla violenza nelle strade di Madrid, desideroso di riabbracciare tua madre e di festeggiare l’onomastico tuo e di tuo padre. Qualcuno parlò: “Lorca, il poeta, è tornato”. Non ebbero pietà, quei maledetti e ti uccisero con altri tre innocenti. Poi lo scempio della sepoltura ignota, un buco nella tua terra: proprio a te che ti definivi il “poeta tellurico”, il cantore del tellus (terra). “Amo la terra. Mi sento legato a essa in tutte le sue emozioni. I miei più lontani ricordi di bambino sanno di terra”.

Dov’è il corpo di Federico. Dove l’hanno messi quegli infami assassini?”.

Commosso ma deciso, quest’uomo di un’altra epoca vi risponderà cosi: “Percorri la strada verso nord, quella che porta a Viznar ma non fermarti, prosegui verso Alfacar. Passa attraverso i verdi scuri dei fichi d’india, i mantelli di giacinti , i malinconici girasoli. Ascolta i latrati dei cani, che dicono la verità sui morti. Chiedi ai vecchi, solo a quelli che ancora masticano foglie di mirto interrogando i loro orologi da taschino. Tutti ti diranno che Federico è ovunque, in ogni canneto, in ogni olivo. Come una maledizione, o un monito per i vivi. Perché Federico era, ed è, l’Andalusia”

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