Un momento dell'Italian sale

Un momento dell'Italian sale
Un momento dell’Italian Sale

Londra. Mio marito ed io ci regaliamo un viaggio nella capitale inglese. Qualche giorno, tra arte, design, passeggiate e relax. L’obiettivo dichiarato è quello di vedere Frieze, la fiera d’arte contemporanea, in una sorta di vacanza-lavoro, ma lo scopo reale, in una vita in cui professione e tempo libero si sovrappongono anche troppo spesso è quello di stare un po’ insieme, fuori dal tran tran quotidiano. E scegliete Londra? Durante Frieze? Avrebbe potuto obiettare qualcuno. E avrebbe avuto ragione. Infatti, non siamo ancora atterrati che già riceviamo inviti, proposte e indicazioni sugli eventi da seguire. L’agenda è mostruosamente piena.

Tra le tappe del week end di svago, ci sono le aste dedicate alla Postwar and Contemporary Art e l’attesissima Italian Sale, un momento importantissimo del calendario delle aste internazionali, ma che chiarisce molto bene la percezione dell’arte italiana che stiamo consegnando oltre confine.

L’Italian Sale è un momento dedicato alle teste di serie dell’arte nostrana. Cifre da capogiro ruotano, giustamente, intorno ai nomi di Alberto Burri, Lucio Fontana, Piero Consagra, Fausto Melotti; ci sono i protagonisti dell’Arte Povera, come Michelangelo Pistoletto; tra le generazioni più recenti spuntano, di tanto in tanto i nomi di Maurizio Cattelan e Francesco Vezzoli.

E basta. Come se la nostra produzione nelle arti visive si fosse fermata a qualche decennio fa. Ma questa è un’altra storia e la bisognerà raccontare un’altra volta, diceva Michael Ende ne La Storia Infinita.

La storia invece che vogliamo raccontare per Gagarin è la nostraasta, come l’abbiamo vissuta noi. Siamo in grande spolvero, perché il bon-ton è sempre il bon-ton: per me abito rosso ruggine in seta cotta, stretto in vita con una cinturina sottile in pelle. Collant nero a 40 denari per me – perché la calza da nonna è diventata un must per la donna che si occupa di cultura, scarpe décollete in pelle pendant alla pochette nera, orecchino vintage bianco-oro, bracciale in avorio. Mio marito ribatte con completo grigio scuro, leggermente sciancrato, in tessuto a spina di pesce così dettagliato che manco Domenico Gnoli, camicia bianca, cravatta rosso ruggine, perché anche come coppia dobbiamo essere abbinati.

Siamo bellissimi, giovani e splendenti. Arriviamo con il tassì e siamo accolti con grande cortesia dall’ufficio stampa, mentre nella sala d’ingresso cominciano ad assieparsi giornalisti, compratori, semplici curiosi.

Ovviamente le mise sono molto meno discrete delle nostre, ci sono morbide pellicce e gioielli in oro, scarpe dal tacco dorato e vesti ampie e colorate da soirée. Come sempre nel mondo dell’arte, ci sono donne dai fisici atletici e asciutti, molto più in forma di quanto sarei io in dieci anni di palestra, in un Paese in carestia. Si distingue il giornalista dal compratore.

C’è un primo drink di benvenuto, tra una bollicina e una chiacchiera, un bicchier d’acqua e una tartina, giusto per dare il tempo a tutti di arrivare. Le persone si guardano intorno, con un occhio fissano l’interlocutore, l’altro è un radar pronto a stanare chi c’è, chi non c’è. La nuca è tutto un roteare, le antenne si drizzano: «devo salutare qualcuno? Devo evitare qualche d’un altro?». Ai margini della sala, addossati alle pareti, come in ogni festa che si rispetti, c’è la tappezzeria composta dagli invitati loro malgrado e da coloro che non conoscono nessuno, ma ci sono capitati. E si danno un tono, questi ultimi, scrutando il cellulare, dandosi arie da affaccendati, mentre all’altro capo del telefono c’è sicuro la mamma o la fidanzata, e sul pattern luminoso dell’iPad scorrono gli status su facebook della «compagnia» del sabato sera. Ma lo sguardo è speranzoso, la mente vaga, con la mano si aggiustano nervosamente il bavero della giacca, anelando che qualcuno prima o poi gli dia a parlare. Vengono salvati in corner dall’infaticabile addetto stampa, che opera la divisione: compratori a valle, giornalisti a monte.

La sala è strutturata come l’aula del parlamento. Nella cavea si assiepano i collezionisti e le loro belle signore. È un brulicare di camicie bianche, che sotto i riflettori si fanno fluorescenti come a un rave, e di cravatte più o meno eleganti, più o meno improbabili: solo gli inesperti – o i più potenti – hanno indossato il maglione.

Nella scena si colloca il battitore, con un completo impeccabile, la cravatta identica a quella di mio marito, i ricci intagliati con lo scalpello, il sorriso di porcellana. Anche quello brilla sotto i riflettori, mentre la sua mano si esercita a colpire il tavolo con il martello con maggiore severità di un giudice. Sulla sinistra ci sono i consulenti che riceveranno le offerte al telefono e dirimpetto, nella fossa, come galli in un pollaio ci siamo noi, i giornalisti. Ci calpestiamo, ci camminiamo addosso per prendere una foto o semplicemente per prender posto. Poi ci sediamo, in tutti i sensi, e nella sala scende un silenzio di tomba.

Il battitore presenta i lots, uno per uno ladies and gentlemen, uno più bello dell’altro, uno più caro dell’altro. La base d’asta non me la potrò permettere nemmeno in quindici anni di lavoro, figurati andare al rialzo. Siamo al primo lotto, un’opera d’altri tempi, dalla pennellata ardita ed il soggetto commovente. «Partiamo da…» dice il nostro, e spara la cifra. Qualche mano timida si alza. Ma siamo appena agli inizi. L’opera viene acquistata da qualcuno al telefono, senza troppo clamore e se ne va, in cavalleria. Il secondo e il terzo restano invenduti. Ma al quarto qualcosa succede, l’atmosfera si scalda, la competizione sale. È tutto un alzarsi di mani, di cartelli, il gesto è compassato e meccanico, ma lascia trasparire bramosia. Il battitore ha la fronte imperlata di sudore, le signore stropicciano stressate il manico della borsa, le luci tremolano, i lotti scorrono e vengono venduti, uno dopo l’altro.

E anche io vorrei, vorrei partecipare, ma ho timore che ogni mio gesto venga frainteso. Sto attenta ad ogni minima disattenzione: scostare i capelli dietro l’orecchio? Mhhh… meglio di no, e se lo interpretano come un’alzata di mano? Peggio ancora sistemarsi il fermaglio… E stiracchiarsi? A parte che non è elegante, ma addirittura tirar su entrambe le braccia… In fondo alla sala c’è un amico. «Lo saluto?»fà mio marito. Glielo sconsiglio, per la medesima ragione. Ma io vorrei partecipare, vorrei. Resto lì, dritta come un fuso sulla sedia, come su un cuscino di chiodi. Vorrei, vorrei, vorrei partecipare e sto per farlo, a 200.000 pound sto per alzare la mano, la alzo… Ma mio marito mi blocca: «Ci vuoi rovinare?».

LASCIA UN COMMENTO

Please enter your comment!
Please enter your name here