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Vi siete mai chiesti, quando cambiate le gomme della vostra auto, che fine fanno i vecchi copertoni? Se abbandonati nell’ambiente o, peggio, bruciati a cielo aperto, sono pericolosamente inquinanti, ma del resto… c’è abbastanza spazio per loro in discarica?

L’aumento di autoveicoli su scala mondiale sta comportando una crescita esponenziale di pneumatici esausti e in ogni continente si stanno cercando soluzioni al problema: anche a Faenza, dove un gruppo di ricercatori dell’Enea – Unità Tecnica Tecnologie dei Materiali sta sperimentando un impiego assai interessante di ciò che solo a prima vista appare come rifiuto.

Il Progetto Soreme, cofinanziato dall’Unione Europea nell’ambito del programma Life+, sta dimostrando che dal granulato di pneumatici si può ottenere un valido aiuto per ridurre le emissioni di mercurio, ovvero filtri a carboni attivi migliori di quelli attualmente in uso. Per saperne di più mi reco all’Enea, con il mio inutile bagaglio umanistico arricchito di disincanto ecologista, per intervistare il dottor Giuseppe Magnani, responsabile per l’ENEA.

Per fortuna, il mio interlocutore rivela doti da divulgatore scientifico e mi fa capire da subito che l’interesse della ricerca risiede in un duplice vantaggio: le emissioni di mercurio costituiscono infatti un problema ben più grave dei pneumatici esausti. Ogni anno dalle combustioni industriali oltre duemila tonnellate di questo metallo pesante finiscono in atmosfera, entrano nel ciclo dell’acqua e nella catena alimentare, con gravi danni per la salute di tutti gli organismi viventi, umani compresi. Per ridurre tali emissioni vengono già impiegati filtri a carboni attivi impregnati di zolfo, efficaci ma molto costosi, o non impregnati, meno costosi e meno efficaci: dai pneumatici si può invece ottenere un «sorbente» ancor più efficace e a basso costo, utilizzando una «materia prima seconda» ampiamente disponibile.

Come avviene in pratica?

«Dal vecchio pneumatico, una volta separata la struttura metallica interna (che ha già un valore di mercato e una destinazione industriale), si ottiene un granulato che si può ulteriormente scomporre, con un procedimento termico detto pirolisi, in olio combustibile e nerofumo, una polvere costituita in prevalenza da carbonio, ma contenente anche zolfo. Da questa polvere, aggiungendo acqua, si ottiene il Soreme».

Come vi procurate il granulato?

«La separazione della parte metallica dal granulato è un processo industriale avviato, ma il granulato non ha grande valore, ed è disponibile in quantità. Viene usato, ad esempio, come riempitivo nei prati sintetici. Il Soreme mi sembra un impiego più intelligente di questa risorsa». Chiaro: se si trova un nuovo uso per una determinata risorsa, quella risorsa aumenta di valore. E se quella risorsa era un rifiuto, smette di essere trattata come tale, e non viene più abbandonata ma recuperata.

Il Soreme può servire solo nella fabbricazione di filtri?

«Pur non essendo richiesto dai bandi LIFE+, è stato valutato anche l’utilizzo in altri campi di applicazione; nel nostro caso, riteniamo che il Soreme possa essere impiegato nel trattamento delle acque e di altri composti organici volatili. La divulgazione dei risultati, che è un’ulteriore requisito del bando, serve proprio a stimolare la ricerca di nuove applicazioni».

Su che scala si svolge la sperimentazione? Esistono già realtà industriali interessate al progetto?

«Si eseguono dimostrazioni su tre livelli: in scala di laboratorio, su scala semi-industriale e pre-industriale. Oltre all’UE, che finanzia il progetto al 40%, abbiamo altri partner: l’Istituto di Chimica dei Composti OrganoMetallici (ICCOM) del CNR di Pisa (coordinatore di Soreme), Confindustria Emilia-Romagna e un’impresa estone (Epler & Lorenz). Uno dei partner locali per la sperimentazione su scala semi-industriale – individuato da Confindustria Emilia Romagna – è Klima, un’azienda forlivese che produce Impianti di combustione e in questo progetto sarà coinvolto nella progettazione di un impianto per cremazione».

Macabra scoperta: la cremazione dei cadaveri produce un forte impatto ambientale, a causa del mercurio presente nelle amalgame dentali! Mentre la mia immaginazione vola tra i fumi di gucciniani camini, cerco di non farmi prendere dal pessimismo, e chiedo con un certo timore: qual è il destino dei filtri?

«Bella domanda. Sono in corso valutazioni sulla possibilità di rigenerare i filtri, ma per ora vengono stoccati come rifiuti speciali. Tuttavia occorre considerare che produrre filtri più efficienti comporta un minore volume di questi rifiuti, e produrli a partire da ciò che era considerato un rifiuto elimina, oltre ai rifiuti stessi, il costo energetico dell’approvvigionamento di carbonio».

La diminuzione dei costi e l’aumento dei benefici sono in effetti incontestabili da molti punti di vista: economico, energetico, ambientale, sociale. Del resto, mi fa notare Magnani, «è necessario offrire un vantaggio economico rilevante affinché il mondo industriale supporti la ricerca e investa in tecnologie di questo tipo». Per dare un’idea, il budget complessivo del progetto Soreme è di un milione e mezzo di euro, su un arco di tempo di due anni (scadrà il prossimo 31 dicembre), ed Enea, cioè il pubblico, ne copre meno dell’8%. Se le normative a difesa dell’ambiente andranno nella direzione di sanzionare le industrie inquinanti con multe proporzionali alle emissioni, aumenteranno i benefici economici per le aziende virtuose, aprendo nuove prospettive di ricerca e innovazione tecnologica… Così potremmo arrivare a nuove soluzioni per lo smaltimento dei filtri, per esempio, o anche… all’eliminazione dei processi industriali di combustione gassosa che emettono mercurio.

Esco dalla sede Enea con le idee chiare: in quanto essere umano automunito e squattrinato, posso solo cercare di consumare il mio treno di gomme il più lentamente possibile: velocità moderata, poche frenate, niente sgommate… e soprattutto lunghe camminate.

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