La famiglia Salgari
La famiglia Salgari
La famiglia Salgari

Niente palme o liane a Val San Martino. Niente scimitarre sfoderate da coraggiosi corsari, niente tigri, niente “foglie smisutate”. Torino non è la Malesia e neppure Maracaibo. Eppure Emilio Salgari portava a giocare lì i suoi figli dai nomi rari: Fatima, Omar, Nadir, Romero. Dopo aver scritto per 15-20 ore senza sosta, dopo essersi rollato e fumato 100 sigarette, dopo la bottiglia di marsala intera, Emilio e la moglie amatissima Ida se ne andavano su quella collina per non pensare ai guai economici, per far sfogare i monelli, sognare un futuro migliore. Nonostante 140 romanzi e oltre 100 novelle, i Salgari erano poveri, poverissimi. Nonostante fosse stato nominato cavaliere dalla Regina, nonostante le migliaia di copie vendute ovunque nel globo, gli editori pagavano in miseria.

E allora Val San Martino era come la Malesia, almeno cosi la vedeva Emilio. Lui che non era mai uscito dal triangolo Verona (dove era nato), Torino- Genova. A Genova la famiglia aveva ritrovato un po’ di serenità. I soldi erano sempre pochi ma ad Emilio piaceva parlare con i pescatori. Lui, che si era spacciato per esperto capitano millantando viaggi mai compiuti, poteva ora parlare con dei veri esperti. Tornato a Torino ricominciò a sognare nella biblioteca civica i suoi splendidi intrighi, i suoi eroi nobili o scapestrati.

Non c’era bisogno di viaggiare, era tutto nella sua testa.

I ragazzi impazzivano per Sandokan, i critici lo distruggevano. Lui preferiva i primi che spesso gli chiedevano di spedirgli copie autografate dei suoi libri. Quanto avrebbe voluto farlo, Emilio, accontentare i piccoli adoranti. Ma non poteva, non aveva soldi e la famiglia, tra figli e suocere, era arrivata a contare sette membri.

Ci provò la prima volta, Salgari, alla maniera di un eroe omerico, svenendo e buttandosi su una lama delle sue. Lo salvarono. Ida, disperata, aveva scritto all’editore Bemporad per avere un aiuto. Non era una richiesta di soldi, quella lettera: era l’appello di una donna disperata. Bompard rispose cosi: “non sono uso a ricevere delle pressioni fatte in una tal forma”.

Ida impazzì di stenti una settimana prima di pasqua. Emilio la dovette mettere in manicomio, non avendo denaro per altre scelte. Il giorno di pasquetta le fu permesso di lasciare il ricovero ed Emilio se la portò nel boschetto su per la valle.

Ida faceva fatica su quei falsipiani scivolosi e umidicci, Emilio la teneva stretta per non farla scivolare tra le betulle, si faceva perno sui rami come fossero le amate liane, lasciando che la sua amata si appoggiasse su di lui senza pesargli troppo. Fu l’ultima volta che si videro. Perché Emilio aveva in testa un uragano, di quelli che descriveva così bene nei suoi libri. Il 22 aprile 1911 scrisse tre lettere: una ai figli (“col cuore sanguinante, il vostro disgraziato padre”), una amarissima agli odiati editori (“vi saluto spezzando la penna”), una ai giornali torinesi (“col mio nome dovevo attendermi altra fortuna ed altra sorte”).

Il 25 aprile salì la collina, stavolta da solo. Ai piccoli disse che andava a fare spese. Si appoggiò su una roccia sporgente, aspettando il coraggio e la pazzia. Ormai vinto, prese il rasoio; lo strazio che si fece è paragonabile solo a quello che, anni dopo, in una terra esotica, Mishima farà al suo corpo.

Cosi scrisse la Stampa, il giorno dopo: “il morto era sdraiato sul fianco sinistro, ed era completamente vestito, senza disordine nell’abbigliamento salvo i punti ove apparivano le ferite: al collo e all’addome (…) il gilet, completamente sbottonato, lasciava cadere il ventre, dal quale uscivano gli intestini. Il cappello, il bastone e la cravatta si trovavano al suolo, sur un ciuffo d’erba, pochi passi discosto”.

Sandokan era morto, lasciando una maledizione sulla sua sfortunata famiglia.

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