copertinaCome nelle storie tristi a lieto fine,

sono cresciuta con uno zio adolescente nella casa dei miei nonni materni.

Quando sono nata, aveva quindici anni e suonava la chitarra in una cover band dei Beatles. Ci ha sempre tenuto un sacco alla mia formazione musicale e ha cercato di proteggermi in tutte le maniere dalle insidie della pop music:  per il mio dodicesimo compleanno mi ha regalato il mio primo cd, un disco con in copertina un neonato che come un pesce nuota sottacqua cercando di afferrare l’esca di una banconota da un dollaro.

Era il 1991 e Nevermind  ha segnato per molti versi la fine della musica “underground” e, per me, l’inizio di una ricerca personale.

Quel disco mi era piaciuto così tanto che conoscevo a memoria persino i ringraziamenti e, tramite questi, avevo scoperto tutta una serie di gruppi di cui non avevo mai sentito parlare: gli Stooges, i Pixies, i R.E.M.

Nel giro di due anni i miei capelli avevano cambiato completamente consistenza e colore. Il mio castano scuro era diventato un castano chiaro decolorato, quasi biondo in alcuni punti ed avevo cominciato la mia collezione di innumerevoli felpe nere.

Ebbene si, anche io faccio parte di quella generazione fin troppo svilita per essere arrivata alle cose non per pulsione diretta e necessaria, ma per aver forgiato la propria indole su ciò che era di  moda, una generazione con la pappa pronta che le emozioni migliori le poteva scovare senza fatica anche in tv già masticate e servite su un piatto d’argento.

Come se il fatto che i Nirvana fossero un fenomeno di massa riducesse in qualche modo il valore della mia esperienza personale e delle mie emozioni, come se tornare a casa e ascoltare Nevermind non potesse essere più il regalo di bentornata che faccio a me stessa, solo perchè il valore di quel disco è stato a posteriori reinterpretato come commerciale da un plebiscito di critici.

Adesso, a 34 anni suonati, cerco di non leggere più con ostilità le critiche, ma cerco di coglierne il bello nell’esercizio di stile, cerco di trarre l’aspetto ludico nella lettura di esperienze altrui.

Non ti divertire troppo è un libro che descrive la storia della musica degli anni 80 e 90, e lo fa attraverso pagine di diario che raccontano uno scorcio nella vita e nell’esperienza personale dei 26 autori.

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Si parla di Pixies, Afghan Whigs, Shellac, degli Slint attraverso  titoli di film di Visconti (post rock è una parola vaga come le stelle dell’Orsa) dei Codeine, dei Nirvana…

L’introduzione di Mike Watt dei Minutemen ci descrive appieno gli intenti del libro: la musica punk è un luogo della mente ed è perciò naturale che ognuno ne abbia la propria visione.

Peccato che qui manchi quasi completamente quella femminile.

Di sicuro nessuno di noi crede nelle differenze di genere, ma c’è da dire che gli habitués della musica e della critica invece si, e la cosa peggiore è che i diretti interessati cadono dalle nuvole se glielo fai notare, non se ne rendono nemmeno conto. Nel senso che spesso e volentieri si creano questi regimi feudatari dove ciò che è bello viene discriminato da ciò che non lo è anche in base all’opinione di chi viene rivestito di una certa autorità, una sorta di “punti scena” che raramente vengono attribuiti ad una donna, perchè in questo ambiente il leitmotiv generalizzato è che le donne non sono credibili, che ai concerti ci vanno perchè o sono groupie, o fanno le foto o sono dei cessi atomici.

Questo libro è pieno di racconti ironici, improbabili e bizzarri dove gli stessi autori, per chi li conosce, emergono quasi sempre come caricature di loro stessi. C’è molta poesia nella prosa delle loro critiche musicali, non ci sono descrizioni per così dire tecniche o “autoptiche”(a parte la “pappardella neanche troppo lunga” di Federico Tixi sui J Church) ma sempre in qualche maniera esagerate: d’altra parte chi mai potrebbe trarre piacere dalla lettura di una relazione clinica?

2 Commenti

  1. Ciao, e innanzitutto grazie per la bella recensione.
    Però, dal momento che lanci anche delle accuse abbastanza pesanti, mi preme specificare alcune cose.

    Questo libro magari ora, che sta andando bene, che sta girando (molto più del previsto, tanto che l’abbiamo esaurito in una settimana), rischia di essere visto come qualcosa di più “istituzionale” di quello che è, o che dovrebbe seguire determinati criteri di rappresentatività (dall’esterno, vedendolo ora, penserei lo stesso), ma è una cosa piccola che ci siamo fatti completamente da soli, andando a ritirarlo dallo stampatore e tutto quanto, e soprattutto è una cosa fatta assolutamente in amicizia.
    Tutti i contributi sono stati fatti in amicizia (comprese copertina e prefazione), di base sono stati chiamati alcuni amici da Renato (anche lui come me in Flying Kids Records) e poi qualcun altro da Luca Benni. In generale tutti amici nostri.
    Io, per esempio, non ho amiche che scrivono di musica. Conosco qualcuna (poche) che lo fa, ma non ho la confidenza per chiedere di mandarci un pezzo lungo gratis (a parte con una, che però ho conosciuto dopo i reclutamenti), ho un paio di amiche appassionate di musica, supercompetenti e il cui parere non valuto in nessun modo diverso da quello dei miei amici supercompetenti maschi, ma che non scrivono, non amano farlo (una è pure straniera e non scrive perfettamente né in italiano né in inglese).
    Tanto che una, che nel libro c’è, ha scelto di metterci una foto e non un pezzo scritto (mica gliel’abbiamo detto noi eh, non scherziamo).
    Un’altra, che scrive su una webzine, era stata contattata da uno di noi ma poi non ha mai mandato niente (esattamente come è successo con 3 o 4 maschi).
    Chiamare a tutti i costi donne che scrivono di musica, a caso, senza che siano amiche, solo per dire “ci sono delle donne” mi parrebbe assurdo. Tanto più chiedere a delle sconosciute di scrivere gratis per noi, non stava né in cielo né in terra.
    Anche perché voglio vedere se noi scrivevamo, a giugno scorso, quando abbiamo cominciato, dicendo “ciao siamo 4 stronzi, scrivi gratis per noi un pezzo di almeno 10mila battute?” cosa ci dicevano.
    (Anche giustamente eh, motivo per cui non lo abbiamo fatto. Ed è il motivo per cui non lo abbiamo chiesto nemmeno a De Luca o a Lo Mele o altri che pure ci sarebbe piaciuto coinvolgere. Semplicemente perché non sono grandi amici nostri né di Benni, a prescindere da quello che hanno nelle mutande, che non è mai stato il punto in questione).

    Spero di averti spiegato insomma che non è come dici tu, attribuirci il pensiero che “le donne non sono credibili”, che “vanno ai concerti solo per fare le groupie”, o che è una questione di cui “nemmeno ci rendiamo conto” nasce dal non conoscerci, e sinceramente – almeno a me personalmente – un po’ offende.
    È una questione molto più terra-terra e inerente a “ragioni pratiche”.
    E inoltre, quindi, ritieniti già invitata, se mai faremo un prossimo libro, a contribuire. Dopo questo non puoi dirci di no! 🙂

    Federico FKR

  2. va bene federico, la prossima volta ti mando qualcosa anche io. Ma il punto non deve essere metterci delle quote rosa per forza… quando ci vediamo ne parliamo meglio. baci

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