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Due premesse necessarie:

1. l’obiettivo di questo articolo è invitare a un dialogo. Chi ha voluto lo spettacolo Libertà è, chi lo ha materialmente messo in scena e chi lo ha visto, il 25 aprile mattina nel centro storico di Faenza. E anche chi non c’era, ma ha comunque il desiderio di dare un proprio contributo di pensiero.

2. qui si intende il termine ‘politica’ (e i suoi derivati) nel senso originario e largo di qualcosa che concerne la polis tutta, la comunità, non nella accezione che riguarda solamente una sua circoscritta manifestazione, quale ad esempio è la consultazione elettorale che avrà luogo fra qualche settimana.

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Per precisare ciò di cui stiamo parlando, riporto le note ‘logistiche’ ricevute dalla segreteria del Teatro Due Mondi:

Lo spettacolo Libertà è, tenutosi il 25 aprile, nasce dalla fusione di alcune scene prodotte dai ragazzi delle scuole medie di Faenza (Bendandi, Europa e Carchidio Strocchi) e delle azioni del gruppo di teatro partecipato Senza Confini che ogni giovedì si riunisce alla Casa del Teatro. Il laboratorio Senza Confini è condotto da Alberto Grilli mentre i laboratori dei ragazzi delle scuole medie sono stati diretti nel corso dell’anno scolastico da Alessandro Gentili, Vania Bertozzi e Beatrice Cevolani. I tre interventi dei ragazzi sono stati presentati a gennaio al Teatro Masini, all’interno dello spettacolo che ogni anno le scuole preparano per celebrare il Giorno della Memoria. Sia il lavoro nelle scuole che quello del laboratorio del Teatro Due Mondi è mirato ad indagare e denunciare i fenomeni di intolleranza e discriminazione con cui ci scontriamo ogni giorno. Si vuole parlare di libertà lontana da pregiudizi, indifferenza, violenza e paura, proprio come recitano gli striscioni bianchi che accompagnano le azioni di strada.

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Chiariamoci: tutto il teatro è sempre politico, che lo voglia o meno. Per la posizione che occupa in un dato spazio sociale, per gli effetti che produce nella polis. Ma nel caso di Libertà è (come, del resto, in quasi tutte le proposte del battagliero gruppo faentino) esso lo è in maniera intenzionale ed esplicita. Per stima e gratitudine nei confronti di Alberto Grilli e compagni, mi prendo ora la briga di porre a chiunque vorrà rispondere tre ‘domande antipatiche’ sull’efficacia di questa proposta (dato che, indubbiamente, il loro non intende essere un teatro-passatempo, fatto ‘per divertirsi’). 

1. Dire o essere?

Il ‘teatro politico’ dello storico gruppo faentino si muove fra due polarità che il Novecento teatrale ha espresso con forza: ‘teatro con contenuti politici’ con finalità pedagogiche esplicite (da Piscator, a Brecht, a L’Istruttoria di Peter Weiss, a US di Peter Brook, per capirci) e ‘uso politico del teatro’, quello che incarna in prima persona il cambiamento della relazione teatrale, l’attivazione dello spettatore, la dilatazione del fatto scenico oltre i suoi confini tradizionali (come ad esempio il ‘teatro a partecipazione’ di Giuliano Scabia). Nel caso del Teatro Due Mondi, riferendosi a questa seconda modalità, l’efficacia ‘rivoluzionaria’ -uso questo termine non senza tremore- sarebbe data più dal coraggioso, tenace coinvolgimento settimanale dei migranti che dal loro cantare Bella ciao alla fine dello spettacolo. Io propendo per questa seconda opzione. E voi?

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 2. Artificiale o naturale?

Il Teatro Due Mondi per lunghi anni è appartenuto all’area del Terzo Teatro (i cui immediati riferimenti, sia detto per i curiosi non addetti ai lavori, sono Eugenio Barba e il suo maestro Jerzy Grotowski). Al centro di tale modalità si pone l’allenamento dell’attore, il training, il lavoro su di sé (ricordiamoci dell’ultimo Artaud). In Libertà è i non-attori (per usare una terminologia cara al regista Alberto Grilli) non hanno, in quanto tali, questo tipo di percorso alle spalle, e gli attori del Teatro Due Mondi non utilizzano in scena in maniera esplicita alcuna delle tecniche vocali o corporee affinate in decenni di ‘lavoro di sala’. Se è vero che l’efficacia di ogni comunicazione è data prioritariamente dal significante (la psicologia ci insegna che esso ha un valore assolutamente predominante rispetto al mero contenuto referenziale di un messaggio: 93% vs 7%, dicono gli studi scientifici più accreditati), perché sminuirlo, abbassarlo, o peggio rinunciarvi del tutto? Non si rischia così di «confondere» per dirla con Leo de Berardinis «il diritto di esprimersi con il dovere di sapersi esprimere»? La presunta ‘naturalezza’ dei non-attori in scena è più efficace della presenza ‘extra-quotidiana’ di un attore formato, scolpito (nel senso michelangiolesco dell’aver ‘liberato la forma’, eliminando tutto il superfluo)? Secondo me no, o almeno non sempre. E secondo voi?

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3. Aggiungere o sottrarre?

Nello spettacolo Libertà è si rivela con evidenza la diversa presenza scenica dei non-attori: alcuni forti, puntuti, finanche aggressivi, altri decisamente più lievi, deboli, leggeri. In termini di ‘rivoluzione’ -uso nuovamente questo termine pericoloso- è più efficace gridare le proprie ragioni o è più utile sottrarsi al braccio di ferro, schivare il gioco al massacro del chi urla più forte? Operare per sottrazione, conquistare trasparenza, fare esercizio di distacco non sarebbe maggiormente sovversivo, in un mondo che strepita per imporre tracce di se stesso? Mi viene in mente, a tal proposito, un regalo ricevuto da Francesca Proia (danzatrice, coreografa, insegnante e studiosa di yoga): ‘praNIDHANAni=abbandono’ – ‘nidhana=tesoro’ – ‘L’atto di abbandonarsi contiene un tesoro’. Voi cosa ne pensate?

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Istruzioni per l’uso: inviate qualunque pensiero, commento, risposta o nuova domanda a teatro@gagarin-magazine.it. Sarete pubblicati, e stimolerete nuovi dialoghi. Coraggio!

MICHELE PASCARELLA

NB Per alcune nozioni qui utilizzate sono grandemente debitore a Marco De Marinis e al suo Il teatro dopo l’età d’oro, Roma, Bulzoni, 2013.

25 aprile 2014, ‘Libertà è’, a cura del Teatro Due Mondi, Faenza (RA), Centro storico, info: teatroduemondi.it

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