mirella serri Mirella Serri, giornalista, saggista e docente universitaria di letteratura moderna e contemporanea all’Università La Sapienza di Roma, ora è nelle librerie con il suo ultimo romanzo “Un amore partigiano. Storia di Gianna e Neri, eroi scomodi della Resistenza”, edito da Longanesi. Una storia d’amore tra partigiani che corre parallela alla fine del regime fascista e alle ultime ore di Claretta Petacci. Il romanzo riconsegna una memoria storica a Gianna Tuissi e al capitano Neri, due figure eroiche della resistenza italiana, traditi e uccisi dai loro stessi compagni, all’interno dello scandalo del trafugamento de “L’Oro di Dongo”. In un’ Italia di tradimenti, violenze e lotte, si colloca la disamina acuta e necessaria di questo libro che indaga nella storia di questo paese.

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Ho voluto raccontare questa storia perché mi sembrava che non fosse mai stata completamente raccontata, e dico completamente, perché esistono altre ricerche. – spiega Mirella Serri – Se andiamo a guardare nei libri di storia o nei film, quando si racconta di Mussolini arrestato e portato in macchina, non c’è mai una donna al fianco, invece su quella macchina c’erano i partigiani Gianna e Neri, che sono stati dimenticati. Prima di scrivere questo libro, ho scritto tra gli altri, “Sorvegliati speciali”, sugli intellettuali spiati dalla polizia e ”I profeti disarmati” sulla storia di “Risorgimento Liberale”, quotidiano diretto da Mario Pannunzio. Attraverso ricerche in biblioteca, scopro che il quotidiano denunciava la morte di Gianna e Neri e il contenzioso su “L’oro di Dongo”, che riguardava il trafugamento dei beni che i gerarchi stavano portando via e che poi sparirono nel nulla, da lì nacque tutto un contenzioso su chi si dovesse occupare della questione, se la Magistratura normale o quella militare, o addirittura i partigiani stessi. Mi sono incuriosita e ho iniziato a lavorare su questa bellissima storia, una delle tante che si ritrovano nelle guerre e che hanno a che fare con l’odio, la passione, la voglia di combattere e trovare nuove strade per la democrazia.

Perché l’Italia dimentica più di altri paesi?

In Francia, dove pure c’è stata una forte resistenza, o in altri paesi dove ci sono state altre guerre civili come in America, ci sono statti subito gli epici cantori, ma anche quelli che raccontavano coloro che stavano dalla parte del torto (vedi per esempio la pellicola hollywoodiana “Via col vento”), nessuno aveva paura di raccontare. C’erano persone che lottavano da una parte e dall’altra e venivano raccontate, invece da noi in Italia sono cadute nel dimenticatoio e, se vengono alla luce, creano scalpore.

Ma per quale motivo? Dipende forse dalle ideologie politiche?

Nel mio libro ci sono tante culture. Per esempio, scrittori come Calvino e Fenoglio, hanno raccontato storie come questa. Fenoglio ha subito anche molti attacchi; Calvino ne “Il sentiero dei nidi di ragno”, raccontava storie in cui c’era Kim, il partigiano che rappresentava il modello buono, positivo e ideologizzato, poi però tra tutti gli altri partigiani vi potevano essere anche ladri e assassini, persone di ogni genere insomma, come spesso accade nelle guerre. Con questo non intendo dire che i partigiani fossero solo questi: come poteva esserci il borghese che abbandonava il libro sul comodino e andava a combattere, vi era anche chi era appena uscito di galera e si metteva a fare la guerra civile per liberare l’Italia dal fascismo. Quando ero giovane e leggevo Calvino, trovavo bellissime le sue storie invase da buoni e cattivi, ed ero convinta fossero inventate. I romanzieri le hanno raccontate, spesso anche i politici sono stati più avanti degli storici stessi. Della vicenda che tratto nel libro se ne sono occupate molto le famiglie di Gianna e Neri, perché volevano che la loro memoria fosse riabilitata dall’accusa di tradimento inflittagli dalla storia. Alcuni storici se ne sono occupati ma soprattutto istituzioni come l’A.n.p.i. sono sempre state restie. Politici come il presidente Carlo Azeglio Ciampi e Walter Veltroni, dopo 44 anni, hanno reso giustizia chiedendo di far luce riguardo a questi fatti non chiari”.

Ad ogni modo la Storia testimonia che Gianni e Neri erano innocenti….

Sì. Per me è stato mettere un episodio oscuro rimasto un po’ a latere, che per me ha una sua centralità. Questi sono due grandi personaggi, due eroi a mio avviso per il loro coraggio. Gianna e Neri non avevano nessuna colpa, perché non hanno tradito e se anche avessero tradito, c’era gente come il segretario del Pci di Como, che aveva tradito molto più di loro, pagando i fascisti per farsi liberare ed il partito Comunista era a conoscenza di tutto. Non ci sono prove che la fuga di Neri sia avvenuta in accordo con i fascisti. Gianna è stata torturata ferocemente, e poi viene accusata dal partito di avere fatto dei nomi. La regola consisteva nell’avere dei nomi concordati tra partigiani, così dal momento che qualcuno veniva arrestato, poi tutti dovevano cambiare abitazione, cosa che non avvenne. No è detto che Gianna abbia tradito e se ha fatto dei nomi, lo ha fatto con la consapevolezza che gli altri partigiani avrebbero cambiato residenza. Tanti altri, come il segretario del Pci di Como, Borrelli, aveva tradito veramente, concordando la liberazione, inscenando una finta fucilazione che lo fa risultare morto, per cui il 26 aprile si siede al posto di segretario del Pci non più clandestino. I partigiani Gianna e Neri non hanno tradito, ma se anche lo avessero fatto, avevano tradito tutti. Loro vengono ammazzati da un gruppo di partigiani ‘Non galantuomini’, così li definisco, che mettono le mani – c’è un processo che li condanna sull’Oro di Dongo – sul bottino, mentre Gianna e Neri non rubarono nulla e volevano consegnare invece i soldi all’Erario Italiano”.

Nel romanzo le donne hanno ruoli centrali, la partigiana Gianna e Claretta Petacci, compagna di Mussolini, denotano un coraggio epico nell’andare incontro alla morte.

Di Claretta disegno un ritratto un po’ fuori dagli schemi, proprio perché sono donna e una storica, a differenza degli storici uomini che amano delineare figure femminili che si immolano per i loro uomini, invece io ritraggo una Claretta che di sé dichiara di essere antisemita, filo-Hitleriana e spinge sempre Mussolini nelle braccia di Hitler, che è il suo persecutore, quello infatti che lo tiene prigioniero a Gargnano e gli impedisce di fuggire. Poi Claretta scappa con otto milioni di lire e sperava di farcela. Lei già si vedeva first-lady in esilio dopo la promessa che Mussolini le fece di lasciare la moglie. Era sicura che entrambi si sarebbero salvati la vita e quindi non è quella ragazza ingenua che fa tutto per amore, anzi, convinta che sarebbe diventata la moglie ufficiale. Con questo non voglio dire che non lo amasse, questo è irrilevante”.

C’è una differenza tra l’amore borghese tra Mussolini e la Petacci e quello partigiano di Gianna e Neri?

No, quello tra Mussolini e la Petacci era un ante-litteram del bunga bunga, a Mussolini piaceva ingelosirla, raccontandole le sue vicende d’amore alle quali non si negava mai, e non è tanto borghese in quanto usava il fascino del potere”.

Quel periodo ha dei tratti simili al berlusconismo

Un poco, certo. Queste ruberie che compiono indistintamente, prima i gerarchi che scappano con tutti i beni dello Stato italiano che si erano portati a Salò e poi questi partigiani che tentano di prendersi parte di questo oro che era faceva gola a tutti”.

Prendendo spunto da una riflessione di Gilles Deleuze nel libro “Proust e i segni”, nel quale si parla della memoria come un’interpretazione dei segni, vorrei sapere da quali segni lei è partita per decifrare la storia nel suo libro

Ho cercato di decifrare quale era lo spirito di allora nei confronti di valori in cui noi oggi crediamo e che loro vedevano messi in dubbio, come la democrazia, la libertà, il coraggio. La democrazia era un valore poco accertato, alcuni partigiani combattevano perché speravano che da lì uscisse un regime rivoluzionario, non basato su una struttura totalitaria, ma c’era anche tanta voglia di libertà”.

Apprendere è ancora ricordare quindi, riallacciandomi ad un certo platonismo?

Queste cose invece noi cerchiamo di non ricordarle. Non c’è niente di male nel ricordare, in quanto una guerra è fatta di tanti componenti. Se noi trasmettiamo una memoria troppo uniforme, liscia, omologata, diventa noiosa. Sembrano poi tutte uguali e non ci dicono più di tanto, invece esaminando le zone buie, quelle chiare e splendide, allora ci arricchiamo, entriamo nella capacità di queste persone di essere state veramente coraggiose. Sin dal 25 aprile, a Como, si organizza una tremenda “Polizia del Popolo”, che arresta tutti indiscriminatamente. Si individua un tipo di esperienza drammatica: prima essere sotto i fascisti, personaggi terribili e senza morale, per poi finire tra la “Polizia del Popolo”. Tutta questa commistione, ci fa capire in quali momenti si viveva”.

E’ stata la violenza dei segni a guidare in lei la ricerca della verità

Si, una grande violenza che mi portato a cercare di capire quello che percepiva la gente, che oggi fortunatamente noi non percepiamo. Era una violenza diversa da quella che viviamo nel nostro presente”.

Nel suo libro, l’amore sembra non salvare nessuno. La violenza efferata che si fa odio mentre il silenzio diventa fine

E’ così, in quanto l’amore porta morte. Prima della loro morte, il rapporto tra Claretta e Mussolini si stava forse già esaurendo e nelle ultime parole tra i due, lei gli rivolge una scenata di gelosia a causa del suo ultimo tradimento, anche se non nego che fossero innamorati. Invece Gianna segue Neri per amore e tanta voglia di giustizia, fronteggiando i suoi compagni, quelli per i quali aveva sacrificato la sua vita”.

Le donne in quegli anni, anche a sinistra, erano ostaggio del pensiero maschilista?

Infatti io racconto di Gianna che viene molestata da un comandante partigiano. Le donne non avevano nessuna libertà. Gianna ad un certo punto ha quasi la protezione del capitano Neri, in quanto era una donna giovane e sola che aveva sofferto anche per l’uccisione del fidanzato, una ragazza che era in balia di tutti”.

Esiste secondo lei una cultura di destra in Italia?

No. Non esiste una cultura di destra. Abbiamo avuto vent’anni di dittatura fascista e il pensiero di destra, appena alzava la testa, veniva ricondotto o a sua volta si riconduceva a quel mondo lì, e questo era un chiaro limite. Pure i liberali sono sempre stati considerati quelli che hanno consegnato il paese nelle mani dei fascisti e con loro sono stati un po’ collusi. La Democrazia Cristiana non ha avuto una cultura, se non il retaggio cattolico, che non è una cultura adatta per l’Italia. Quindi no, purtroppo non c’è, non la vedo”.

A proposito di giochi di potere, vorrei che parlasse della figura di De Agazio, giornalista ucciso, che fa capolino anche nel romanzo

Franco De Agazio viene ucciso mentre stava indagando sulla storia di Gianna e Neri e tutta la questione dell’Oro di Dongo. Mentre finivo appunto il mio libro, è uscito un altro saggio che conferma quello che io sospettavo: ovvero che De Agazio sia stato ucciso da Gambaruto, uno di questi partigiani molto loschi – quasi un delinquente comune – personaggio e ipotesi che accenno anche nel mio testo”.

La stampa di sinistra dell’epoca, rappresentata dalla direzione de L’Unità condotta da Ingrao si scontrava con il pensiero di Pannunzio

Mi ha affascinato il pensiero di Mario Pannunzio, in quanto era una voce autonoma con “Risorgimento Liberale”, poi con “Il Mondo” che era sempre un buon giornale ma più omologato. Ho dedicato un mio libro dal titolo “I profeti disarmati” alla storia di “Risorgimento Liberale”, parlando approfonditamente anche di De Agazio. In quel libro racconto anche una storia che dovrebbe essere approfondita: tutti gli scontri che ci sono stati da 1946 al 1948, tra gente qualunque, comunisti e fascisti e anche molti democristiani. La cosa che non si spiega è proprio l’insuccesso alle elezioni nel 1948 del Pci (vinse la Democrazia cristiana), che secondo me è imputabile a queste storie di violenza che ci sono state in quegli anni, mai raccontate e che alimentarono la paura tra la gente. Ho esaminato centinaia di documenti sugli scontri avvenuti; questi avvenimenti non sono mai stati approfonditi e temo non saranno mai indagati”.

Mirella Serri, Amore Partigiano, Longanesi Editore, giugno 2014, prezzo 16,40 euro

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