Capossela_BandaDellaPostaMettiamo le cose in chiaro. Il folklore vivo e vegeto non è materiale per maestrini dalla penna rossa o bibliotecari impolverati, non è lingua morta, antica immutabile da riproporre in recite a soggetto incostumate, e scostumate nel ricatto culturale cui sottendono. Il folklore è la musica che gira intorno a una terra. E i musicisti che la suonano. Qui, adesso.

E intrattenere è mestiere nobile. E se sotto casa mia i bimbi romagnoli mangiano il kebab e magari domani canteranno canzoni vecchie e nuove con i figli di gente venuta da altrove, allora il vero folklore sarà quello e non avrà un briciolo di dignità in meno di Romagna mia. Che già sarà la Romagna loro, come è giusto che sia.

Detto questo, in una certa epoca, il folklore e l’intrattenimento hanno parlato la stessa lingua. Che quasi sempre era un dialetto. O una cadenza straniera riproposta con l’inflessione locale. É stata un’epoca bella e romantica, e innocente in qualche modo. Innocente anche nella spietata strategia con cui le orchestre delle feste sparavano valzer ad altezza uomo per dimenticare le brutture della guerra, innamorando e facendo innamorare, mettendo persino soldi da parte, ma mantenendo quel po’ di spirito campestre, dietro a tutto. E davanti all’innocenza di un’epoca in cui le cose erano ancora in divenire possiamo persino concederci il lusso della nostalgia.

E se c’è una cosa davvero importante di Buena Vista Social Club – prima che il fenomeno fosse fagocitato da un terzomondismo semplificato (e compiaciuto delle proprie semplificazioni) – è quella di avere ridato dignità a una generazione di musicisti e al loro portare a spasso una musica spesso anche leggera ma sempre importante, figlia della propria epoca. Concedendo loro il lusso di intrattenere. E a noi il lusso di essere intrattenuti.

Di Vinicio sapete tutto, della Banda della Posta anche. Sono gli ultimi fuochi di una generazione di intrattenitori di mestiere, che hanno fatto e fanno il loro mestiere con gioia. Gente di una terra non ricca, non bella, ma che ha sempre saputo festeggiare con stile. Gli sposi, i parenti col vestito giusto e loro in camicia bianca, a sudare da professionisti. Con il repertorio calibrato a dovere, tutti i lenti e gli svelti al loro posto. Ogni volta a uno, cento, centomila sposalizi. E anni dopo a ritrovarsi di fronte alle Poste, ad aspettare la pensione e a festeggiarla in musica. E Vinicio, che ha il cuore ben saldo al centro di una musica che sa di appartenenza e di festa, li ha trovati e abbracciati, e portati a spasso.

É un’operazione bella e vera, riporta la musica popolare fuori dalle orbite della world music compiaciuta e delle cartoline per intenditori. E muove gioia e vita, anche quando canta in minore di amori perduti. Che, sia chiaro, è sempre una delle cose più belle che la musica può fare.

ANTONIO GRAMENTIERI

 

29 giugno, Ravenna Festival – Strade Blu, VINICIO CAPOSSELA E LA BANDA DELLA POSTA

Russi (Ra), Palazzo San Giacomo, ore 21, info: ravennafestival.org

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