I fagiolini appena raccolti

 

I fagiolini appena raccolti
I fagiolini appena raccolti

Sono stato tra i fragili dell’ospedale psichiatrico di Rennes con Silvano Voltolina e un equipe di specialisti e artisti francesi. E’ stato quattro anni fa, li raggiunsi in Toscana, a Montevaso.

Ero lì, a prendere appunti di viaggio su quella scia luminosa che chiude un cerchio di follia attorno alla terra.

La loro eresia si liberava tra i boschi delle colline pisane e la residenza di Montevaso, cantando tra gli alberi, nel movimento ritmato da musiche arcaiche.

Tornai in Romagna convinto di aver conosciuto qualcosa in più del mio peregrinare verso la sensatezza delle cose.

Poi è stato Roberto Scappin (attore e scrittore) a introdurmi di nuovo dentro una comunità di altri eretici, la cooperativa Edith Stein di Poggio Berni.

Mi sono arrampicato con l’auto fino al sagrato della chiesa a fianco cui si ricreava il gruppo impegnato in una libera interpretazione dell’Edipo Re.

Ci voleva coraggio Scappin, mi dico ora, a condurre una banda di esiliati nei meandri della tragedia psicopatogena per antonomasia.

Vidi quei cristi recitare felici sbavando e farfugliando e poi far merenda con la ciambella preparata da uno di loro.

Accadeva due anni fa, mi ero messo lì nel mezzo, tra riprese video, prove, flussi di coscienza. A un certo punto ho avuto la sensazione che la distanza tra me e loro fosse una questione di volo messa su ali d’angelo rotto.

Pochi giorni fa ho deciso per una giornata a Saturno, la Cooperativa sociale Onlus che apre le porte della sua residenza faentina a chi vive nel disagio di vivere.

Oltre alla mia vocazione, il richiamo a questo nuovo viaggio è arrivato da Mirko Abbondanza, uno dei fondatori di Saturno assieme a due psicologi, Francesca Radoni e Umberto Masiello.

Mirko è musicista rodato (il basso di Aidoru, Matrioska e Dimaco) e un agronomo (coltiva diverse passioni). Sono dieci anni che ci frequentiamo e pochi giorni che iniziamo davvero a conoscerci. Quando mesi fa mi parlò di Saturno, capii che sarei prima o poi entrato nell’orbita per vedere da vicino i suoi anelli inclinati. Col suo ghigno sardonico ripeteva “Vieni, che ti metto sotto con l’orto”.

Arrivo a Saturno in un giorno in cui mi gira la testa. C’è una grande casa lì in mezzo ai campi con intorno l’essenziale per ospitare libertà erranti e i loro corpi.

E’ il momento dell’orto. Da lontano, stagliati nel verde e nei profili collinari, distinguo Mirko con altre tre figure intorno, chini al suolo, le braccia immerse nella terra.

Mi avvio lento sul manto erboso, sto per entrare in contatto con una nuova materia dolente, delicata… un divano a dondolo fatto con i sedili celesti di una vecchia Fiat Ritmo mi chiama, ma proseguo.

Entro nel laboratorio Orto dove stanno iniziando i lavori.

Vi presento uno scansafatiche,” parte Mirko mentre io mi avvicino troppo e schiaccio due esili piantine di Phaseolus Vulgaris (fagiolini). Confuso, mi pianto lì davanti a loro come un tronco secco. Taccio. Mi lascio osservare dai tre giovani ragazzi che si accaniscono su ciuffi da diserbare. Sono Roberto, Anita e Federico.

Non sono preparato all’estemporanea bonifica che darà luce ai nuovi germogli. Pensavo ci saremmo dedicati subito alla merenda (non tenendo conto che qua è proibito bere alcolici e nessuna Albana contadina ci aspetta in frigorifero).

Bofonchio qualcosa sulla mia esperienza bracciantile ma non vengo seguito e allora mi accovaccio a terra e comincio anch’io a strappare le erbacce cattive. Federico diserba incessantemente, riuscendo lo stesso a coinvolgermi in una discussione sul cinema neorealista (anche su questo non sono pronto). Per associazione di idee cito Riso amaro, riscuotendo il bonario compatimento del ragazzo.

Più defilato Roberto se ne sta lì quieto. Individua con meticolosità cosa staccare dal suolo e cosa no; impiega un tempo tutto suo, riflette come riflettevo anch’io sul giusto sforzo da imporre alla mano.

Questi ragazzi hanno tutti circa vent’anni, l’età in cui io seminavo le mie gramigne più infestanti, quelle poi nutrite, cresciute e addirittura amate (se intaccavano l’orto di mio padre).

Continuo a parlare con loro (forse anche un po’ da solo) mentre Mirko ritorna con una falciatrice a motore e inizia a frustare gli steli più alti.

Entro in un tempo più morbido; attingiamo tutti assieme quiete dal contatto con la terra.

Sei dei nostri?” mi domanda Federico alzando la testa riccia sulla spalle.

In un certo senso,” rispondo sorridendo.

No, dicevo, ci sei anche domani per il laboratorio musicale?”

Sì che c’è,” fa Mirko.

Non ribatto, mi asciugo la fronte bagnata, sono provato, un po’ stordito.

Tu stai male anche tu?” mi domanda Anita tenendomi i due occhi azzurri piantati in faccia.

Beh, stiamo tutti un po’ male sai. Bene o male è così,” le rispondo.

Non la soddisfo.

Ci penso ancora, poi ti rispondo meglio” le dico.

Io sto sempre male,” riprende a dirmi lei ballando un po’ sulle gambe. Ma lo dice in modo così pacato, che più che un lamento pare una scelta, da difendere o da sacrificare.

Mi viene messo in braccio un rotolo di rete di plastica che andrà fissata su due pali che Mirko sta piantando sulla linea della semina. “Qui le piantine di fagiolini si arrampicheranno verso il sole,” ci spiega serafico.

Districare le maglie della rete diventa per me un’impresa impossibile, una prova di abilità nella quale le dita sottili di Anita hanno subito la meglio.

Con l’orto te non te la sgavagni mica,” dice finalmente Roberto. Si accende una sigaretta gustandosi una profonda boccata.

Rete tirata, erba diserbata, finalmente mi si porta un po’ in giro per Saturno (lavorare mi stava per deprimere). I ragazzi mi mostrano la casa dove alcuni si fermano a dormire. E’ accogliente, sobria, luminosa. E’ a tutti gli effetti una casa vera, su due piani, con ampia cucina color arancio. Ci sono disegni degli ospiti appesi ai muri con le caricature degli operatori.

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Momenti di cucina creativa

Non sento odore di ricovero, di grigia terapia. Soffia un’aria quieta, silente, è come una “Primavera” di Pavese.

Torniamo fuori diretti alla Conigliera Felice, una casa per conigli riadattata a sala prove e laboratorio polivalente.

Qui domani suoniamo, tu allora ci sei?” mi chiede Federico tirando un calcio al pallone che mi arriva tra i piedi.

Ci sono,” dico ricalciando il pallone nel fosso.

Il giorno dopo è ancora bello tornare. Sono già tutti dentro la Conigliera. Entro un po’ curvo e mi siedo dietro un ampio tavolo. I ragazzi si sistemano per iniziare a suonare.

Date uno strumento a quell’uomo,” urla Federico accordandosi il basso.

Mirko si guarda attorno. Il Djembe è già tra le braccia di Andrea, la chitarra non è disponibile (serve al maestro per condurre), resta un Charleston al quale rinuncio promettendo di battere i palmi sul tavolo.

Si parte con Sally di Vasco Rossi e subito mi sfugge via il tempo. E’ poi la volta di Alba Chiara che prende una buona solarità e mi strappa alcuni lamenti canori.

Accade una specie di magia quando Anita sfodera dalla gola una voce incantevole che trapassa gli altri suoni. Resto estasiato, è la voce di un qualche paradiso fuori galassia.

Torno a battere il palmo sul tavolo, appuntando note su un taccuino cinese (più tardi non capirò quasi nulla di quanto ho scritto).

L’ensable si scalda, l’anfibio di Mirko fa risalire dal pavimento “Through the morning, through the night” (anche Plant si sarebbe commosso)… Roteo con la testa dappertutto pur di non incrociare gli occhi clementi di Federico puntati sulla mia mano che balbetta sul piano.

Alle improvvisazioni sul reef di basso per l’Afrobeat di Fela Kuti, mi arrendo alla sindrome dissociativa. Rifletto sull’abbandono nell’81 del mio corso di chitarra classica alla scuola Capucci (forse fu colpa del solfeggio).

Termina il laboratorio, si prospetta la cena, una gran frittata all’ortolana.

Gustando la frittata rifletto sui pochi mezzi con cui questa giovane scommessa sociale (Saturno) riesce a fare prodigi, dal riciclo dei materiali, alla sala prove, all’orto che coltivando piselli cresce nuove umanità e forse qualche talento.

Una festa povera è sempre più felice di riuscire.

Mentre inizio a salutare tutti, Anita, circondata dagli altri, mi guarda e fa: “Secondo te io muoio stasera?… Perché secondo me io non ci arrivo mica a sera.”

Allora con la sicumera con cui sparo le mie sentenze letali, le faccio: “No che non muori, oggi no di sicuro.”

E te come fai a saperlo?” ribatte fissandomi con gli occhi più bui.

Lo so. Con la voce che hai, tu non muori mica.”

Sei sicuro?” insiste.

Sì. Ritorno tra una settimana e se sei morta m’ammazzo io,” sorrido.

Ridiamo tutti e riparto assolto.

Ripenso alle parole scritte da Roberto su un foglio: Che pensiero ha la faccia della terra nei nostri confronti? La realtà si deve vedere e toccare con una mano.

Ecco, c’è un alto rischio di poesia, in questi fragili liberi, che renderebbe folle la vita di chiunque, in una società di schiavi.

 

 

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