luigi-di-bella-metodo-di-bella-I medici con tono rassicurante mi parlano di un’infezione del sangue. Ho notato mia madre asciugarsi di nascosto le lacrime in corsia ieri sera ma non ho dato peso alla cosa: le mamme sono fatte così. Mi trovo in Oncologia solamente perché Ematologia non ha posti letto e così li prende in prestito qua e là dagli altri reparti dell’ospedale. Ho 22 anni, l’estate non accenna a finire, sono circondato da infermiere deliziose e ho tutto sotto controllo.

L’unico neo di questa pseudovacanza prima di tornare a dare esami universitari e smazzare assist è il palinsesto tv: da quando mi sono steso in questo letto non ha fatto altro che parlare della tragedia di Lady Diana, morta la notte in cui sono stato ricoverato, e delle pugnette di Bertinotti che minaccia di far cadere il governo ad ogni tirata di pipa. In realtà la tv parla anche di altro ultimamente, e sono le urla colleriche di un medico a farmene rendere conto: «Dovete smetterla di dar retta a simili stupidaggini! Signora, io a sua figlia posso garantire due anni di vita e questo non lo può fare nessun altro, di certo non lo può fare Di Bella!».

Il tutto avviene diverse stanze lontano dalla mia ma gli strepiti sono così forti che è impossibile far finta di nulla. Pochi istanti dopo la caposala entra da noi (ogni stanza ha tre posti letto), afferra rapida il telecomando, spegne la tv e con voce strozzata annuncia che «sta per arrivare il medico in visita».

È lo stesso che poco prima ha sorpreso una madre guardare alla tv un approfondimento su un medico di Modena, Luigi di Bella, che afferma di aver messo a punto da tempo una terapia anticancro. Accanto alla donna, stesa su un letto uguale al mio, c’è la figlia 23enne: le è stato diagnosticato il tumore a metà della gravidanza. La chemio subito avrebbe significato perdere il bambino. Ha scelto di aspettare, farlo nascere, e poi curarsi. Ma le metastasi non aspettano e ora la ragazza è grave. La sola colpa di una madre disperata è stata quella di aver domandato al medico se la terapia Di Bella possa essere un’alternativa valida.

È il settembre 1997. E anche da qui passa il fronte di una guerra di religione che contrappone la medicina ufficiale a questo vecchietto apparentemente inoffensivo. Anche se mi cibo di Gazzetta e Superbasket capisco che in ballo c’è molto più che la nostra salute: ci sono un sacco di soldi. Stamattina Gianluca, 26 anni, il mio compagno di stanza, ha chiesto angosciato alla dottoressa che lo segue se sta morendo: «No che non stai morendo. La vedi quella flebo lì pronta per te? Quella boccetta costa 20 milioni. Certamente non la sprecheremmo per uno che è senza speranza…». Mi lancio in un rapido calcolo e un plauso convinto vola alla Sanità pubblica: se avessero dovuto pagare le cure di questi 15 giorni, ai miei genitori non sarebbe bastato vendere la casa per tenermi qui dentro.

La guerra di religione in reparto continua anche nelle settimane a venire. A qualcuno cadono improvvidamente a terra ricette che sarebbe stato meglio tenere chiuse nel comodino, i familiari si scambiano contatti e numeri di telefono in sala d’aspetto, i pazienti parlano a bassa voce nei bagni. Dal canto mio resto un Paese non allineato: ho a che fare con una generica infezione del sangue, mica un cancro. E non mi scompongo nemmeno quando cominciano a cadermi i capelli.

Siccome le mamme sono fatte così, ancora lo ignoro, ma la mia famiglia sta già combattendo a mia insaputa…

Non abbiamo pensato al Metodo Di Bella perché non ci fidassimo della medicina tradizionale. Abbiamo contattato la sua equipe solo perché quando hai un figlio malato di leucemia fai tutto quel che puoi per ricercare possibili soluzioni. Io sono barista, mio marito infermiere: quando Alessandro si ammalò di leucemia tante persone lo vennero a sapere, anche solo per sentito dire. Fu così che un’amica mi diede i contatti di un medico di Pontedera che prescriveva la Multiterapia. Da Di Bella a Modena, era impossibile andare: aveva migliaia di pazienti e dopo che la sua storia divenne un caso mediatico, i familiari dei pazienti e le troupe televisive erano accampate davanti a casa sua.

Finalmente riuscimmo ad avere un appuntamento a Pontedera col dottor Vittorio Zocchi e quello che ci disse ci sollevò. Non chiedeva affatto di lasciare le terapie tradizionali in favore del MDB. Anzi, ci incoraggiò a seguire la strada che portava al trapianto di midollo osseo: nel frattempo avevamo appurato che Arianna, nostra figlia, era una donatrice compatibile. Zocchi ci prescrisse la terapia dicendoci che avrebbe aiutato Alessandro – già molto provato da 50 giorni di ricovero – a recuperare le forze in vista del trapianto che lo attendeva da lì a qualche settimana. Avute le prescrizioni chiedemmo quanto dovevamo pagare per il consulto: «Tenete i soldi in tasca, vi serviranno presto».

Aveva ragione: qualche giorno dopo prendemmo appuntamento in una farmacia di Bologna, l’unica in Italia che preparava i farmaci del cocktail. Per la cura di un mese spendemmo 930mila lire. Tentarono anche di noleggiarci per una cifra ancor più alta la siringa temporizzata necessaria per infondere il farmaco durante la notte: quando obiettammo che la siringa temporizzata ce l’avevamo già (la prestò a mio marito un medico dell’ospedale) fecero resistenza, ma alla fine cedettero.

Eccoci qua, finalmente a casa. Dopo quasi due mesi ci voleva: non ho più un capello, sono 15 chili in meno e nonostante abbia scoperto che la generica infezione del sangue sia in realtà leucemia linfoblastica continuo a pensare che sono passato per influenze invernali assai peggiori. Non è una smargiassata – lo capirò solo dopo – è il mio cervello che mi protegge, rendendosi impermeabile a ogni cosa, anche la più ovvia, possa farmi del male: in queste settimane e nei mesi tremendi che mi aspettano non riuscirò mai a pensare, nemmeno una volta, all’eventualità di poter morire.

Così prendo come un gioco la trafila di medicine che mi attendono. Sembra una spy story: quando contattiamo Zocchi dobbiamo specificare il mio riferimento. Sono mister 315, ed ogni messaggio con Pontedera avviene via fax. Mio padre ogni mattina all’alba prima di andare al lavoro mi prepara le medicine della giornata, una manciata di pillole ed un cucchiaino di acido citrico in polvere, la cosa più aspra che abbia mai provato. La sera invece sistema la siringa temporizzata con la somatostatina che mi verrà fissata all’avambraccio destro e che inietterà il farmaco mentre sarò intento a sognare le infermiere del reparto.

Il mio letto, le coccole della famiglia, l’uso esclusivo del telecomando… fatto sta che le tre settimane sono un trionfo. Mi torna l’appetito e riprendo qualche chilo. Le scale non sono più un ostacolo insormontabile. Così mi preparo a fare un figurone quando, a metà novembre, mi presento a Bologna dai medici che dovranno effettuare il trapianto. La visita però si trasforma ben presto in un interrogatorio. «I tuoi valori ematici sono ottimi». Sembrano delusi. «Che farmaci hai assunto mentre eri a casa?». Piccola bugia bianca. «Quelli prescritti da voi, dovreste averli segnati in cartella». La delusione nel frattempo si è fatta ricrescimento: è entrato il medico caporeparto. In silenzio fissa il mio emocromo. Poi me. «Ti senti bene?». Sorrido. «Qui abbiamo finito, ci vediamo domani quando entrerai in camera sterile per il trapianto».

Sono passati quasi 17 anni da quel «Qui abbiamo finito», ma sembra che il tempo si sia fermato. Migliaia di persone si fidano ancora del Metodo Di Bella che la comunità scientifica ha invece bocciato senza appello (anche se la sperimentazione del ministero Bindi venne condotta con farmaci scaduti). Qualche giudice prosegue, oggi come allora (è il caso del Tribunale di Lecce) ad ordinare alle Asl competenti di rimborsare le spese di chi sostiene la cura. I chemioterapici continuano ad essere una cura sempre migliore per i malati ed una gallina dalle uova d’oro sempre più florida per le case farmaceutiche. Quanto a me non so ancora se a salvarmi sia stata la chemio, Di Bella, mia sorella o il mio fantastico cervello. Continuo a sfornare assist e a sognare quelle infermiere deliziose.

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