PASCOLI GIOVANNIBisognerebbe investire di più nella divulgazione della cultura scientifica?
E se si a favore e a supporto di che sorta di eventi?
Il Professor Malanga è un professore di chimica alla Normale di Pisa. E’ anche un “teologo” dell’abduzione aliena e ciò colloca gran parte  delle sue conferenze al di fuori del contesto scientifico pur utilizzandone gli strumenti.
Dichiara:  “Io volevo studiare gli alieni  ma mi sono reso conto che prima di tutto dovevo capire come è fatto l’uomo”
Nonostante attualmente conosciamo solo una piccola parte dell’universo (le leggi di Newton ci dicono che manca all’appello circa il 90% della massa necessaria al suo equilibrio complessivo) e ciò presuppone quindi l’esistenza di una non meglio definita “materia oscura”, nell’attesa di poterla portare completamente in luce siamo comunque convinti della realtà che ci circonda.
“Se non facessimo così – dice Malanga non potremmo nemmeno affermare che l’universo esiste, visto che non possiamo replicarlo in laboratorio”.
Quello che sottende a questa affermazione è una teoria scientifico-esistenzialista per la quale non solo ogni cosa esiste in quanto esiste la mia coscienza (come per Husserl una sedia esiste solo se c’è una coscienza ad osservarla), ma la mia stessa consapevolezza e ambizione rendono l’universo l’immagine della mia volontà.
Noi creiamo quel 90% di materia ignota.
Secondo Malanga, uno scienziato non scopre realmente qualcosa, ma è la sua volontà che crea quel qualcosa, distillando dalla materia ignota i movens che sottendono a determinati avvenimenti.
Ad esempio il Bosone di Higgs non è stato “scoperto”, è qualcosa che è stato creato dal lavoro dell’uomo che ha raccolto tra gli aspetti della natura solo quegli elementi  che racchiudono la nostra idea di Bosone.
Il lavoro di uno scienziato non è molto diverso da quello di un regista cinematografico che dipinge un tratto della realtà, ma la riproduce come  Elmyr de Hory con un Modigliani: la validità delle sue scoperte è un valore che viene attribuito a posteriori dalla critica del suo gruppo sociale di riferimento.

Viene in mente in proposito il racconto di Edgar Mitchell, che descriveva la sua sensazione estatica nell’osservare lo spazio infinito dagli oblò di Apollo 14: “La prima cosa che mi venne in mente fu un’interconnessione, il fatto che non siamo in un Universo – come dice la nostra scienza – fatto di molecole che rimbalzano una contro l’altra come palline da ping-pong, ma che si tratta di un sistema molto più intelligente e organizzato, di un “sistema organico”, in cui le molecole del mio corpo e quelle della navicella spaziale erano dei prototipi realizzati in una remota epoca cosmica.”

 

Sein und Zeit

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