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Un cognome. Un foglio bianco e una lista di giorni e di orari. É tutto quello che possiedo quando varco la soglia dell’Irst, istituto scientifico romagnolo per lo studio e la cura dei tumori, di Meldola. Per cinque settimane sono andata tutti i giorni, dal lunedì al venerdì, in questo luogo a fare la radioterapia, a cinque mesi dall’intervento per un carcinoma al seno.

Prima visita: i trattamenti di radio saranno ventitré. É importante la continuità, mi dicono i medici.

Mi prendo questo periodo tutto per me, per affrontare al meglio un momento delicato della mia vita. Ho deciso di non lavorare e di convogliare le poche energie restanti per la terapia.

Già dalla prima settimana iniziano i primi problemi, il macchinario non funziona, mi avvisano una mattina un’ora prima dell’appuntamento. Un trattamento salta.

Seconda settimana, il macchinario si ferma per ben due volte. Rottura o manutenzione poco importa, il macchinario non va. E i trattamenti non vengono effettuati. Ma non era importante la continuità?

Occorrerà recuperarli. Ma il mio tempo quanto conta? Niente.

Decido di prolungare la malattia pur di finire il ciclo di cura. A tre giorni dalla fine della radioterapia, come recita il foglio promemoria consegnatomi il primo giorno della terapia, scopro per caso facendo una domanda sul mio seno bruciacchiato alla ragazza che fa muovere il macchinario, che i trattamenti che restano non solo tre, bensì cinque.

Chiedo lumi. Sì il foglio con la stampa degli appuntamenti è sbagliato. È già successo altre volte. Ma il piano prevede 25 trattamenti non 23. Ha capito male, mi dice la dottoressa. Non ero sola alla prima visita, ero con un’altra persona. Abbiamo capito male in due, ohibò. Nessuno nel frattempo si è accorto dell’errore sul foglio promemoria e si è preoccupato di avvisarmi.

Mi fermo qui. Bastano i 23 trattamenti previsti inizialmente e non i 25 pensati ma non comunicati. Non ci sto a essere solo un numero, un cognome, una pratica, prevista dal protocollo di prevenzione. Semplice catena di montaggio. Questo è quello che succede all’Irst, l’eccellenza sanitaria dell’Emilia Romagna. Talmente eccellente che da Bertinoro (dove vivo) a Meldola (sette chilometri di distanza) ci sono ben 14 frecce stradali per segnalare l’istituto – la parola tumore non manca mai, come se il malato avesse bisogno pure di ricordare che ha avuto un tumore -. Tanto per non perdersi. Eppure non è il Colosseo.

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