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Ravenna 2019, ancora se ne discute. La Moncler lavora male, dice Report. Il Tenco premia Caparezza. Vasco fa un nuovo disco. Renzi spacca il PD. La mia vicina di casa mangerà trenette con il pesto a mezzogiorno. Sono a Melbourne e so tutto questo tramite FB. Per merito unico, ed esclusivo, di un’ora qualunque passata su FB.

In tutti questi casi i social network hanno dato il loro primario contributo alla diffusione, e dunque all’esistenza, della notizia nel mio microcosmo.

Sono notizie molto diverse fra loro, che per essere esperite richiederebbero approcci e livelli di riflessione estremamente diversi. Tuttavia l’impostazione grafica, i colori, i caratteri, le dimensioni in pagina e le modalità possibili di condivisione e di «rapporto» con la notizia con cui queste informazioni sono arrivate nel mio mondo sono esattamente identici.

Pensare che questa orizzontalità/anarchia di approccio all’informazione non finisca per influenzare il mio modo di rapportarmi al mondo è utopia.

Infatti ho paura. Ravenna Capitale, ad esempio. In realtà la maggior parte dei miei «amici» che ne parla su FB non ha visionato i progetti delle altre città, né esaminato le valutazioni della giuria. Il sostegno alla candidatura e alle iniziative di Ravenna, e il dispiacere per la mancata vittoria, è stato puramente campanilistico ed emotivo. La speranza di vincere si è radicata – in loro come del resto in me – senza sapere neppure bene cosa sia una Capitale della Cultura. La campagna di coinvolgimento social è stata partecipata con modalità da tifo sportivo. Quindi, per definizione, semplificata per slogan. Forse va anche bene così, forse no.

La valutazione rassegnata è su quanta vita vera, quanta passione, quanto sangue si stia affidando ogni giorno a questi strumenti «veloci», e nel contempo quanto poco questi strumenti siano diventati in grado di veicolare messaggi e ragionamenti approfonditi, a cui chiedere partecipazioni emotive complesse. Con il rischio che la rapidità di accesso, di circuitazione e di obsolescenza delle news diventi persino un invito subliminale a non approfondirlo, il contenuto. E così il «coinvolgimento di una cittá» su un bel progetto culturale diventa indistinguibile da quello per lo spareggio promozione del Cesena.

Gagarin è sul web, su twitter, su facebook. A modo suo. E soprattutto parla di tutte quelle cose da vivere per cui un like è davvero troppo poco. C’è il rischio di essere antistorici, lo sappiamo. Ma crediamo sia giusto prenderselo.

Buona lettura.

 

ANTONIO GRAMENTIERI

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