apertura musica nov Cristina DonaAnni ’90, croce e delizia. Per noi, in primis, che ci affacciamo sul decennio appena maggiorenni e usciamo uomini fatti. Negli scaffali i cd pian piano si sostituiscono ai vinili. Contengono novità apparenti ed altre sostanziali, incroci pericolosi e mutazioni di dna. Crossover stuzzicanti, ma pure rap funk and roll a rapidissima evaporazione, metallo sgargiante, nuove idee world, ma pure terribili patchanke un tanto al chilo, ritorno al rock ruvido ma pure ennesimo sdoganamento dell’edonismo da stadio. Decennio confuso, insomma.

Poi l’Italia sonora. Decennio strano anche qua. Comincia con Vasco che si reinventa per gli stadi, finisce con i Csi che aprono per Jovanotti, Ligabue nuovo profeta, Vinicio pescespadatrombone italico. E intanto cresce una nuova, ambiziosa alternativa rock scura in volto che ha il marchio degli Afterhours, dei Marlene, o magari degli Scisma. E di tanti altri, certo. Nel frattempo, ascendono e discendono anche i Prozac+.

Nel sottosuolo permane un po’ dell’irriverenza e della ruggine dei 15 anni prima, ma si lavora anche su un suono nuovo, serio o così sembra, che dalle avanguardie rock estere mutua un po’ di gusto per il rumore, e lo mette al servizio di parole scure e severe e melodie altrettanto severe, figlie del melodramma più che del rock and roll.

E poi, soprattutto per noi (che – confessiamo – tutto il filone perturbato-urlante l’abbiamo volentieri lasciato ad altri) quelle stagioni segnano l’arrivo di Cristina Doná. Presenza magnetica, occhio acceso che scruta, curioso, dall’alto di una figura lunghissima ed elegante, braccia che la chitarra l’abbracciano, cantantessa con abbastanza musicalità e poesia per reggere da sola il peso di una generazione.

Cristina si presenta scansando le mode e gli atteggiamenti troppo atteggiati, con un modo di scrivere tutto suo, figlio della ballata folk ma pure capace di melodie aeree, in bilico su accordi sospesi. Canta di sentimenti da decifrare poco per volta, di umani e di natura. Bel canto senza passatismo, tradizione senza ricatti, scatti in avanti senza superbia.

Per quanto ci riguarda sono abbastanza, lei e un paio di suoi bellissimi dischi, per riscattare da soli tutto il provincialismo a venire della musica di casa nostra, con David Byrne e Robert Wyatt ad alzare le orecchie e il livello degli aggettivi in direzione Belpaese, per questa magnetica ragazza di Rho che sussurra al centro esatto del sentire.

Se il decollo è verticale, il resto della carriera è un volo ad altezze sempre ragguardevoli, anche se forse non più da capogiro. Da quasi subito l’Italia e il ruolo di Ultima Fuoriclasse dell’Era del Declino le stanno stretti, e Cristina prova una dimensione aperta, cantando anche in inglese. L’operazione riesce solo in parte, e nel frattempo lei diventa grande, continua a cercare una sua via colta eppure leggera al pop, sforna dischi belli che allargano il pubblico ma non abbastanza per diventare la star che è sempre stata per noi.

Ora, dopo anni, esce con un disco nuovo, che sa anche di Battisti e di cose buone, quasi a rimettersi in prospettiva a una «classicitá» dello scrivere italiano, aggiornata al suo sentire di donna dei Duemila avanzati. All’ascolto ci ritroviamo sorpresi, ed è un gran buon segno. É una delle poche che può ancora aggiungere qualcosa al discorso, stiamola a sentire.

Suona il 18 dicembre al Bronson di Ravenna e inaugura il festival Passatelli Bronson che vede sul palco, il 19 dicembre alle 18.30 al Fargo His Clancyness in solo, il 20 dicembre suegue una serata “italiana” con Havah, Be Forest, Ninon du Brasil e infine domenica 21 dicembre il tuareg nigeriano Bombino scoperto dal regista americano Ron Wyman e gli ormai di casa Ronin di Bruno Dorella. 

 

 ANTONIO GRAMENTIERI

 

18-21 dicembre, Madonna dell’albero (RA), PASSASTELLI IN BRONSON, Bronson, via Cella 50, ore 21.30. Info: 333 2097141, bronsonproduzioni.com

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