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Appena esci dall’aeroporto di Malta, tre cose ti si parano davanti. La prima è la scritta Merħba, che significa Benvenuto, nonostante la brutta assonanza. La seconda è il caldo umido, puzzolente di motore a scoppio, che ti si attacca addosso come carta moschicida. La terza è un palazzone carico di loghi come la maglia di uno sportivo, dall’aria ossimoricamente urbana in mezzo al deserto maltese. Il quarto piano di questo edificio è una striscia nera di finestre oscurate. Sì, come ai tempi di guerra.

Le spiagge, i cocktails a due euro, le chiese barocche e le ragazzette scappate alle scuole di inglese con gli shorts a filo natica, li vedrai dopo. Dopo il benvenuto merħboso, e lo shock del caldo puzzolente. Per il momento ti tocca sudare e aspettare il bus – un vecchio pullman turistico col numero scritto su un foglio attaccato storto al parabrezza – contemplando il palazzone. In cui la gente del quarto piano no, non sta sudando come te. Né strizzando gli occhi al sole, come te. Né tantomeno sognando spiagge, cocktail e i culi di cui sopra (ancor meno le chiese). Ventiquattr’ore su ventiquattro, sette giorni su sette, estate e inverno, la temperatura di quel posto è 24 gradi. L’unica luce esistente è quella elettrica. E quella di monitor, computer e telecamere, ovviamente, tanto onnipresenti e invadenti là dentro quanto gli scarafaggi, i ragazzetti ubriachi e i venditori di souvenir qui fuori.

dentro ci sono gli studi di registrazione video di un casinò virtuale, fiore all’occhiello del betting online maltese e principale prodotto di esportazione dell’isola, tanto timorata di Dio quanto disinvolta nel far girare i quattrini. Non è un caso che vi approdino due principali categorie di stranieri, oltre ai turisti: quelli ricchi che devono fare il bucato al loro denaro e quelli poveri che sperano di riciclarsi e intascare qualche euro disgraziato. Quest’ultimi tornano quasi tutti a casa con la coda tra le gambe e qualche brutto batterio nell’intestino. Ma ancora non lo sanno quelli che firmano il loro primo contratto con il casinò e si fanno prendere le impronte digitali con quella macchinetta che fa tanto Blade Runner. Sì, perché fuori dal casinò ci sono carretti a cavallo e acqua non potabile da Alto Medioevo, ma dentro tutto è roba da fantascienza. E ogni volta che esci dal gelo ariacondizionato e dagli schermoni a tutta parete, aprendo la porta magica col tuo dito indice, hai sempre quella vaga impressione di finire a Frittole, nel Milleqquattro, quasi Milleccinque.

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Dentro e fuori, dicevo. Perché una volta che vendi la tua anima al casinò, con una bella clausola in cui accetti di lavorare più ore di quelle consentite dalla legge maltese, la tua vita finisce per dividersi inevitabilmente in dentro e fuori. Una dicotomia di cui non puoi nemmeno parlare apertamente con la maggior parte dei tuoi colleghi, dal momento che ignorano il significato del termine dicotomia. Colleghi che non conosci, che chiami con un numero e che ti chiamano con un numero, quello stampato sotto il codice a barre sulla cartolina gialla che è la tua carta d’identità all’interno del casinò. Il numero con cui apri le sessioni di gioco. Il numero che non ti hanno stampato sul braccio solo perché la policy del luogo vieta i tatuaggi visibili.

Ma tanto a cosa servono semantica e nomi ad un live dealer? A cosa serve la cultura all’omino sorridente e impeccabile che tira le palline nella roulette e dà le carte ai polli che si fanno spennare dall’altro lato dello schermo?

Anche se di omini, alla fine, ce ne sono pochi. Ci sono quasi solo ragazze. Belle. Giovani. Magre. Truccate come veline. Vestite con uniformi che sono abiti da sera, disponibili in sole 3 taglie: la XS, la S e la M. La M sarebbe una small nel mondo di fuori, quel mondo maltese in cui una ragazza su tre è obesa e ignora l’esistenza del colesterolo. Ma nel mondo di dentro il grasso non esiste. E chi ha qualche chilo di troppo è gentilmente invitato a perderlo in fretta. Non è raro, nel bar al piano terra del palazzone, vedere una tedesca o un’olandese un po’ pienotta appena assunta pranzare con un espresso e sputare di nascosto il biscottino che viene offerto insieme al caffè, subito dopo averlo masticato per un po’. L’uniforme non perdona, dopotutto. È stretchy e sexy e un sacco di altri aggettivi che puzzano di disturbo alimentare e rivista da parrucchiera di provincia.

Dentro quella divisa, alla fine, ci sono finita anch’io. Dopo proposte di lavoro per call center improbabili, offerte di impiego da commessa a 3 euro l’ora e una lunga serie di delusioni, ho messo anch’io la firma sul contratto e l’indice nella macchinetta fantascientifica del biometric office. Anch’io ho avuto numero, codice a barre, carte da blackjack da scannerizzare, palline da spinnare, istruzioni da eseguire con precisione al secondo, sorridendo sempre e comunque alla telecamera e ripetendo gesti e parole convenzionali.

Un’italiana con una laurea in filologia, un dottorato in italianistica, anni di esperienza didattica nelle scuole del Belgio francese… e un marito accademico chiamato ad insegnare all’università di un Paese in cui non è facile per una moglie straniera e troppo referenziata trovare un impiego normale con uno stipendio normale. Perché non veniamocela a raccontare, il processo di Bologna e la fuffa dell’Europa Unita sono favolette della buonanotte, quando si tratta di farsi riconoscere i pezzi di carta.

Proprio quando stavo per rassegnarmi all’idea di fare la cameriera in qualche bisunta tavola calda è arrivata la proposta di lavoro da croupière belga francofona. La specialità del palazzone è fornire servizi di live dealer madrelingua alle compagnie di gioco d’azzardo di vari Paesi europei e visto che di belghe purosangue giovani e carine proprio non riuscivano a trovarne, hanno dovuto ripiegare su una trentenne bilingue francese/italiana.

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Fin dall’inizio del corso di formazione, tenuto da un biondino didatticamente imbranato con la parlata di Ivan Drago (la società ha sede a Malta ma è roba del Nord Est Europeo), ho capito di avere fatto una cazzata. Di tutto il corso ricordo con simpatia solo il momento in cui, per ammazzare il tempo esercitandoci alla roulette, ogni trainee sceglieva una canzone da YouTube. Tormentoni commerciali per i miei giovanissimi colleghi. Io mettevo The Robots dei Kraftwerk. Nessuno coglieva l’ironia.

Sono rimasta al casinò per due mesi. La paga promessa, favolosamente più alta della media maltese, non l’ho mai vista intera. Pare fosse vincolata ad un esoterico sistema di bonus calcolato dalla sede centrale in ex-urss-landia. In questi due mesi ho fatto turni di 12 ore per 4 giorni consecutivi, stando ai tavoli per 2 ore e mezza di fila con mezz’ora di pausa, mentre il contratto prevedeva un break per ogni sessanta minuti di diretta. Sono stata piazzata ai tavoli olandesi, anche se ingaggiata come croupière francofona. Ho visto colleghe scoppiare in lacrime per aver fatto cadere una carta o spinnato la pallina dal lato sbagliato della roulette (ogni errore viene registrato e incide sullo stipendio), le ho viste bestemmiare isteriche contro i superiori per scusarsi subito dopo con umiltà subumana. Ho visto gruppetti di italiane ricreare le dinamiche albertosordesche della piazza di paese e le straniere, schifate, prenderle in giro, nella loro lingua. Ho visto me stessa sorridere mentre i perdenti mi insultavano, mi sono vista strizzare le gambe per trattenere la pipì, immobile su uno sgabello che non puoi abbandonare finché un collega non ti dà il cambio.

Ho visto tante cose che non posso scrivere qui, perché ho firmato un documento che mi obbliga a non divulgare più di un tot di ciò che accade dentro. Ma di certo posso dirvi una cosa: non voglio più vedere palline da roulette. E tantomeno biscotti masticati, sputati in una tazzina da caffè.

 

Irene Incarico (La Spezia, 1981) laurea in Filologia italiana e consegue nel 2009 il dottorato di ricerca in Italianistica a Trieste, con una tesi sul cyberpunk italiano. Nel 2011 pubblica Notturno digitale (Cut-Up Edizioni), scritto a quattro mani con Elisa Podestà, e nel 2012 un suo racconto è inserito nell’antologia Spiriti dell’acqua (Delmiglio Editore). Partecipa ad altre antologie, tra cui Storie di gente a pezzi (2012, Delmiglio Editore), di cui firma anche la prefazione, Le vendicatrici (2013, Cut-Up Edizioni), Carmilla e le altre (2013, Delmiglio Editore) e Il gentiluomo decollato (2014, Delmiglio Editore). Da più di dieci anni si occupa di musica elettronica e svolge l’attività di dj. Attualmente, dopo una lunga permanenza in Belgio, vive e lavora a Malta.

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