unnamedParliamo di una band che dire che fa musica è limitante. Forse anche la parola band sta un po’ strettina al progetto di David Thomas. In giro sul web si sente parlare di garage rock d’avanguardia, e ok. Però a me vengono in mente altri aggettivi un po’ più ampi, specialmente dopo averli visti lo scorso sabato al Bronson.

Partiamo. Punto di ritrovo: Cleveland. Qui sotto vi traduco un pezzo di intervista rilasciata da Trent Reznor (compaesano di Thomas), in cui parla un attimino di cos’erano i Pere Ubu, specialmente se venivi da Cleveland:

“Ho vissuto a Cleveland per un po’. E i Pere Ubu erano delle leggende locali (…) una band che i Talking Heads hanno citato fra le loro maggiori influenze (…) ma mi ricordo che a quei tempi la loro musica, non la capivo: c’era questo ragazzo ciccione e strano che gorgheggiava e (…) la loro musica era così astratta che non capivo (…) non ci arrivavo. E stranamente negli ultimi anni li ho riscoperti, e mi suonavano freschi ed eccitanti”.

Ok, vado avanti con le suggestioni che mi sono venute in mente per uno stile che possiamo definire “dada” e tradurre in “musichese” con punk forse, aggiungendo gli aggettivi “liturgico” e “profetico”. Non che ci sia qualcosa di religioso ma sicuramente un ché di rituale e celebrativo (per spiegare il primo aggettivo) e premonitore (per spiegare il secondo). Perché?

Perché i Pere Ubu hanno tradotto in musica un atteggiamento infantile e dissacrante che sarebbe venuto fuori solamente con i Sex Pistols, per motivi diversi (la moda). Perché l’atmosfera creata al Bronson, se consideriamo che 3/4 del pubblico era composto da fan di vecchia data che non era nemmeno la prima volta che li vedevano dal vivo (e io ricado in questa categoria), era raccolta e in attesa, come succede quando ritrovi degli amici lontani che devono raccontarti delle cose nuove.

pere ubu

L’ultimo album ,uscito lo scorso settembre, è decisamente qualcosa di diverso da quello che ci aspettavamo dai Pere Ubu, una band che nel frattempo si è trasformata in un collettivo che trova nel nome Carnival of Souls il suo manifesto. David Thomas il titolo lo spiega così: “a complex sensual response to living in a world overrun by monkeys and strippers who tickle your ears, cajole you to join in with their cavorting and then become vindictive when you decline”.

A questo punto abbiamo a che fare con un insieme di solisti che mischiano musica “da camera” all’elettronica (sia analogica che digitale) grazie al contributo di Graham Dowdall (tra l’altro conosciuto come Gagarin!). L’effetto visivo è di raccoglimento, qualcosa che viene sicuramente meglio rappresentato in un teatro. Lo stesso David durante il concerto si lamenta dell’acustica, ahimé.

Ma che gli volete dire, d’altronde se pubblichi un album chiamato “The Modern Dance” non è detto che ti voglia per forza scatenare in pista (nelle foto: David Thomas, Milena Ferraro)

 CATERINA CARDINALI

Visto il 21 febbraio, Bronson, Ravenna, Madonna dell’Albero

 

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