Una scena tratta dal film "L'armata brancaleone"
Una scena tratta dal film “L’armata Brancaleone”

Tra dialetti e paesaggi c’è un rapporto intimo e profondo; ce l’ hanno insegnato poeti come Andrea Zanzotto e grandi umanisti come il nostra Ezio Raimondi: ‘i dialetti vanno tutelati come i paesaggi’.

Da martedì 3 marzo prende avvio alla Cineteca di Rimini “Paesaggi di confine”, la versione cinematografica del più esteso “Lingue di confine”, un progetto che interroga le arti sull’uso del dialetto nel contemporaneo.

Così la Cineteca di Rimini estrae dal cilindro della storia del cinema italiano, quattro opere ritenute esemplari sotto il profilo della concordanza tra lingua e geografia, suono e ambiente.

Due classici, innanzitutto, entrambi in costume e usciti a distanza di pochi anni l’uno dall’altro, a cavallo del Sessantotto: L’armata Brancaleone di Mario Monicelli e Fellini-Satyricon di Federico Fellini, in programma rispettivamente martedì 3 (ore 21, ingresso libero), con premessa di Fabio Bruschi, che di “Lingue di confine” è l’anima, e martedì 10 marzo (ore 21, ingresso libero), con introduzione di Miro Gori, poeta e storico del cinema. Se il primo, girato nel viterbese, ci proietta in un Medioevo più selvaggio che cortese, con un gigantesco Vittorio Gassman, novello Don Chisciotte, alla guida di una banda di inetti, il secondo ci conduce in un viaggio fantascientifico e psichedelico tra la corruzione e la decadenza della tarda romanità.

A loro corredo, nei venerdì immediatamente successivi alla proiezione, due approfondimenti in forma di conversazione a cura di Gabriello Milantoni, storico dell’arte e filologo, che accosterà le vedute di William Turner ai campi lunghi di Mario Monicelli e mostrerà, nelle scenografie felliniane di Danilo Donati, gli echi degli antichi colombari funebri.

Nell’incontro di venerdì 6 marzo (ore 17, ingresso libero), che porta il titolo di “Una lingua che non avete mai sentita”, l’analisi iconografica de L’armata Brancaleone incrocerà quella linguistica che Miro Gori e il glottologo Davide Pioggia condurranno sulla commistione di dialetti inventati e latino maccheronico che è stata una delle ragioni del successo clamoroso del film.

Di nuovo Gabriello Milantoni e Miro Gori protagonisti dell’appuntamento di venerdì 13 marzo, sempre alle 17: sotto la sigla di “Risonanze dell’antico”, i due studiosi metteranno in dialogo la partitura sonora del Fellini-Satyricon con i suoi rimandi pittorici, che vanno da Frederic Edwin Church a Cy Twombly.

Ai classici seguiranno due tra le opere recenti più sorprendenti e promettenti del nostro cinema: Le meraviglie di Alice Rohrwacher e Anime nere di Francesco Munzi.

Le meraviglie, in calendario martedì 17 marzo (ore 21, ingresso 5 euro), introdotto da Franco Farinelli, geografo e ordinario all’Università di Bologna, è ambientato in una terra di confine, tra Lazio, Umbria e Toscana, nell’antica Etruria, e racconta di un paesaggio e di una comunità, quella rurale, che portano le tracce e le ferite di una profonda e dolorosa trasformazione; è un film di identità sradicate, di utopie tradite, di soglie incerte e di conflitti – linguistici, culturali e generazionali – sul punto di deflagrare.

Di Anime nere, in programma martedì 24 marzo (ore 21, ingresso 5 euro), discuterà invece Maurizio Braucci, sceneggiatore del film, dopo esserlo stato, tra gli altri, di Gomorra di Matteo Garrone e di Piccola patria di Alessandro Rossetto, due ulteriori esempi di quella nuova onda del cinema d’autore italiano che sembra cercare (e trovare) nel dialetto e in paesaggi inconsueti nuove e più autentiche possibilità di espressione e di comprensione della realtà. Ambientato in Aspromonte, nella Locride, ad Africo per la precisione, e asciutto come un noir, Anime nere è una storia di sangue, quello di tre fratelli, il cui destino è da sempre segnato, e quello di una terra assediata dalla ‘ndrangheta e lacerata tra spinte moderne e retaggi arcaici.

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