saluti da via rialto«…volendo salutare un amico e trovandosi il locale vicino a casa mia, faccio un salto al Vanilia di via del Pratello, che ha cambiato gestione ma è sempre pieno di fumetti, e a me piacciono, i fumetti, anche se poi quelli reperibili qui, lo dico in tutta sincerità, mi sembran tutti più o meno imitazioni di quelli che andavano quand’ero ragazzo, ma con diverse pretese in più. È il fumetto d’autore, dice chi la sa lunga. Ma quale autore, mi domando io? Se uno fa fumetti, è un fumettista, così come quelli che cucinano sono i cuochi, mica gli “autori” dei piatti. Qui al Vanilia, ecco, mi sembra facciano un po’ gli autori dell’aperitivo, che se io ordino una birretta e domando in aggiunta due stuzzichini, mica mi aspetto di vedermi arrivare della pasta fredda servita dentro un vasetto da conserva, di quelli con la chiusura a molla!, da cui è impossibile estrarre alcunché senza una laurea in ingegneria. Insomma, io mi sento fuori posto, ma mi sembra fuori posto pure il barista, di fronte al cui abbigliamento – pantaloni bracaloni e mutande di fuori, cappellino rivoltato, le scarpe da tennis gigantesche e slacciate – mi risolvo a stare zitto. Sono invece loquace dopo, mentre andiamo al cinema, con la Signorina Gelsomina, e lei mi ascolta paziente, direi perfino interessata, nel momento in cui le dico come certi posti, secondo me, cercando di mischiare troppi stili finiscano per non averne nessuno. Così, terminato il film, mi porta lei – asserisce – in un posto dove di identità ne hanno: in pratica attraversiamo la strada e ci troviamo di fronte alle vetrine da bottega anni ’50 del Fram Café, dove ci sediamo a un tavolino che mi ricorda molto quelli della mensa scolastica dove trascorrevo i miei pomeriggi ai tempi delle scuole elementari. Non so se la cosa mi metta di buonumore (devo pensarci), ma sullo stile del posto, in apparenza casuale e quasi trasandato ma in realtà soppesato persino nel più infinitesimale dei dettagli (dalle sedie artisticamente scompagnate alla piccola voliera dove sono custoditi i biglietti con i pensieri dei clienti), debbo proprio convenire: si tratta di un locale arredato, dipinto e sistemato con gusto indiscutibile. Per quanto riguarda il menù, tra prodotti “bio-vegan” e proposte “comfort-food” un po’ mi perdo, e ciò nondimeno, la birra artigianale (mia) e il chinotto pure lui artigianale (della Signorina Gelsomina) sono in effetti buonissimi. Assaggiamo tre torte salate, tre triangoli dei quali uno alla zucca, uno ai quattro formaggi e un altro vegano (ossia con ingredienti accettabili per un vegetariano non consumatore di latticini, mi spiega la Signorina Gelsomina facendomi sentire un vero tontolone): deliziose e sostanziose assai, tant’è vero che per deglutirle meglio mi affido a un’altra birra. Volendo ci sarebbero anche dolcetti assortiti e una rimarchevole varietà di tè (che qui, per la mia sorpresa, chiamano “tea”), tutti biologici come del resto i vini, i muffin di carota, la cedrata e i biscotti, ma avendo noi due già totalizzato un conto, più che da bistrot, da ristorante (35 € abbastanza esosi, a mio parere), decidiamo di soprassedere. Ora, la Signorina Gelsomina ha senz’altro ragione, il posto è incantevole, affacciato sulla strada come in un quadretto di quartiere d’altri tempi, e dispone di una sua personalità, come dire?, artistica. Eppure io in troppa arte di questo tipo, in questi mobiletti stagionati e sbiaditi, in queste tinte pastello, in questo chiarore fin troppo ovattato e rilassante, in mezzo a tutte queste mensole, panchette, divanetti e seggiolini in ferro battuto adibiti a non si sa cosa, non dico di sentirmi in imbarazzo, ma neppure troppo a mio agio. O meglio, mi sentirei meno stretto se per fare una pausa al bar, com’è poi il Fram, in cui appunto si consuma dalla colazione all’aperitivo ma alla sera chiude, non fossi costretto a spendere un occhio della testa in pratica per pagare, coi miei denari, la ricercatezza di qualche cuscino spaiato e alcuni barattoli di latta poeticamente appollaiati su parimenti signorili ripiani, entrambi accomunati dal fatto di non servire a un’acca. Vorrei dire che si tratta di un doposcuola per vegetariani abbienti, ma al tempo stesso non vorrei che la Signorina Gelsomina mi giudicasse uno zotico. Perché in fondo, finché mi sorride, posso ancora trovare un senso a tutte le mensole e tutte le poltroncine del mondo…»

 

FRAM CAFÉ, via Rialto, 22/c, Bologna

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