rinoceronte Firenze. Entrare nella Galleria Palatina di Palazzo Pitti sarà come fare un viaggio nel tempo o almeno questo è l’intento della mostra “Dolci trionfi e finissime piegature.” Sculture in zucchero e tovaglioli per le nozze fiorentine di Maria de’ Medici, fino al 7 giugno a Firenze.

Vi sentirete uno dei tanti e selezionati invitati che la sera del 5 ottobre del 1600 ebbero l’onore di partecipare al banchetto di nozze di Maria de’ Medici ed Enrico IV Re di Francia.

A fare da cronista è Michelangelo Buonarroti il Giovane, pronipote del famoso, a cui proprio Ferdinando I chiese di redigere una puntuale “Descrizione” di tutte le celebrazioni delle nozze, durate circa una decina di giorni.

Il libretto, insieme ai rendiconti e alle ricevute di pagamento degli artigiani, tutti visibili in mostra, sono stati una fonte indispensabile per la rievocazione della festa.

La sera del 5 ottobre “quando l’ora ne venne della celebrazione del gran convito, le trecento gentildonne dal ballare toltesi (si iniziò con un pomeriggio di danze) alle lor tavole si posero”.

Entrando nel Salone dei Cinquecento si trovarono di fronte la “mensa regia” e un enorme mobile: “un gran Giglio secondo la figura di quei di Francia, di grandezza di venti braccia”. Una credenza realizzata per presentare agli ospiti duemila pezzi del tesoro mediceo, l’entità della dote che la giovane principessa italiana portava al trono di Francia.

leoneOggi è stata ricostruita grazie alla collaborazione degli allievi dell’Accademia delle Belle Arti, seguendo le indicazioni dell’epoca. All’interno sono esposti sontuosi manufatti, prestati dal Museo degli Argenti, molto probabilmente gli stessi che trovarono posto su quel mobile, rutilante di ori, cristalli, gemme e pietre preziose proprio la sera del 5 ottobre.

Le portate non potevano essere da meno. Furono chiamati tre cuochi francesi per comporre un menù fatto di 24 piatti freddi tra cui “gelatina a campana con pescie vivo dentro”, 28 piatti caldi con insoliti alimenti “Pasticcio ovato d’oglia potrida” ed infine i dolci “paste fatte con arme del re e della regina, Torta di bocca di dama, ciambellette, Crostata di cedro, Latte mele in bacini e Pasticci voti entrovi conigli con sonagliera”.

In linea con la generale “poetica del mirabile”, “fra il credibile e l’incredibile”, i tempi d’attesa delle portate erano scanditi con la presentazione di sculture in zucchero che poi erano lasciate sulla tavola. “Forze d’Ercole, uccisioni di leoni e di tori, eroi, idoli, femmine vaghe, mostri, templi, teatri e piramidi” ed anche Enrico IV, lo sposo, a cavallo.

Alcune alte più di un metro, erano fatte da “confettieri” che le modellavano su prototipi realizzati dagli scultori fiorentini di fine Cinquecento tra cui il Giambologna; a dimostrazione della genialità degli artigiani dell’epoca.

Per quanto le sculture in zucchero venissero anche restaurate e talvolta riusate per più banchetti, la loro fragilità e deperibilità ovviamente non ne ha salvata nessuna. Senza considerare che, in quanto commestibili, spesso erano vittime dell’assalto finale degli invitati.

Quelle esposte oggi sono state realizzate nella Fonderia Del Giudice che ha fatto un vero e proprio “viaggio” tecnico seguendo il percorso degli antichi maestri di bottega.

Nel descrivere la tavola regia il Buonarroti sottolinea lo stupore sollevato anche dalle “forme delle finissime piegature, non credibili da chi non l’avesse vedute”: piante, rinoceronti, tori, orsi, aquile e castelli. Anche noi possiamo vivere lo stupore di allora grazie alle opere che il maestro catalano Joan Sallas ha preparato per la mostra.

A partire dal XVI secolo per proteggere gli abiti indossati durante i pranzi si iniziarono ad usare tovaglioli molto grandi. Una volta lavati andavano riposti negli armadi, quindi piegati.

Ben presto si riconobbe l’effetto ottico di queste pieghe e vi si rivolse maggiore attenzione, iniziarono ad utilizzarsi via via tecniche sempre più elaborate e così nacque l’arte della piegatura del tovagliolo che portò a creare veri e propri trionfi. Iniziata come attività dei sarti, nella seconda metà del cinquecento passò nelle mani dei “credenzieri”. Nel 1629 viene insegnata all’Università di Padova e qui per la prima volta è pubblicato il “Trattato delle Piegature” di Mattia Giegher. Grazie ad un touch screen in mostra è possibile leggerlo completamente.

Come ha detto la soprintendente Alessandra Marino: “L’insieme dei beni che costituiscono la nostra storia e la nostra cultura, non sono solo opere tangibili, comprendono anche una serie di espressioni che rientrano nella sfera dell’effimero, ma che sono comunque espressione di quei valori attorno ai quali noi costruiamo il senso di appartenenza a una comunità e, tramite questa, a una civiltà”. Questa mostra ne è un esempio intrigante.

VALENTINA SANGIORGI

 

Fino al 7 giugno, Firenze, Dolci trionfi e finissime piegature, Sculture in zucchero e tovaglioli per le nozze fiorentine di Maria de’ Medici. Galleria Palatina di Palazzo Pitti

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