Pippo Delbono - foto Mario Cartelli
Pippo Delbono - foto Mario Cartelli
Pippo Delbono – foto Mario Cartelli

 

«Pippo non lo sa / ma quando passa, ride tutta la città / e le sartine / dalle vetrine / gli fan mille mossettine. / Ma lui con grande serietà / saluta tutti, fa un inchino e se ne va. / Si crede bello / come un Apollo / e saltella come un pollo»: la celebre canzone portata al successo dal Trio Lescano e più tardi da Rita Pavone è perfetta per sintetizzare il nostro incontro con Pippo Delbono, l’energico ed eclettico attore e regista ligure che in trent’anni è passato dallo status di appartato artista decisamente di nicchia, apprezzato da sparuti drappelli di colti intenditori, a quello di idolo delle folle, con lunghe file di ammiratori che dopo ogni spettacolo chiedono il suo autografo. È ciò che è successo anche al Teatro Alighieri di Ravenna, dove con la sua proteiforme Compagnia ha presentato all’interno della Stagione di Prosa il suo ultimo lavoro, Orchidee. Subito dopo lo spettacolo veniamo accompagnati nei camerini. Mentre aspettiamo che Pippo finisca di farsi la doccia, una addetta arriva trafelata: «C’è un sacco di gente fuori per gli autografi… cosa devo dire?». Poi, saputo della nostra intervista: «Vabbè, gli dirò di tornare domani». Dopo qualche minuto compare il Nostro, con accappatoio di spugna arancione e una vistosa benda bianca sull’occhio destro: «Da qualche giorno vedo tutto annacquato. Avevo un herpes in fronte, mi sa che mi è sceso nell’occhio. Domani vado a fare una risonanza al cervello». E così, tra una montagna di pistacchi e una bottiglia d’acqua «più fredda!», iniziamo l’intervista.

Vorrei partire dallo spettacolo di questa sera, Orchidee, in cui racconti del mondo, di te e della morte di tua madre. È possibile definire che tipo di verità cerchi sulla scena, dato che la situazione teatrale non è mai “vera” fino in fondo?

Niente è vero. Ma allo stesso tempo esiste, come direbbe Bertolt Brecht, il «fatto politico»: siamo qui, oggi, circondati da cose che succedono, siamo in un tempo di pace attraversato da molte guerre, da fanatismi. Mi pare importante che il teatro sia un luogo brechtiano per prendere posizione, per dichiarare. Mi piace potersi guardare in faccia. Non mi piace, invece, quando il teatro diventa un club di golf, per eletti. Non voglio fare spettacoli che soddisfino solo me o una cerchia ristretta di persone che hanno la mia cultura, i miei riferimenti. Per me il teatro è qualcos’altro: «un incontro tra esseri umani», come dice Ingmar Bergman. Oggi le persone attorno a noi sono sempre più diverse: arrivano dall’Africa, portano altre lingue, altre culture, portano ferite. Mi piace pensare di lanciare dei ponti con questi esseri umani. Non a caso nella mia Compagnia ci sono Bobò, sordomuto e analfabeta; Gianluca, un ragazzo down; Nelson, un ex barbone: lavorano con me da vent’anni, sono ormai diventati professionisti straordinari ma allo stesso tempo incarnano segni che sono in armonia con il mio linguaggio.

Orchidee
Orchidee

 

A proposito: qual è il confine tra la fedeltà al tuo linguaggio, o stile, e il manierismo?

Chi non trova un proprio stile non è un artista. Picasso ha uno stile. Bach ha uno stile. Mozart ha uno stile. Caravaggio ha uno stile. Ma a me piace negare lo stile: per esempio se penso a un mio spettacolo di qualche anno fa, Dopo la battaglia, lo trovo più “vecchio” di Orchidee, più tradizionale. Lì c’è la danza, mentre in Orchidee non credo più in quell’estetica, faccio danzare il pubblico. E ballo nel vuoto: non c’è neanche la scenografia. Quando inizierò a odiare anche elementi di Orchidee sarà il momento di fare un’altra cosa.

Come hai fatto a passare dagli spettacoli semiclandestini dei primi anni ai grandi teatri istituzionali di oggi? Perché ti chiamano, le Stagioni di Prosa?

Per me è importante l’incontro, e questo alla fine alla gente arriva. Io penso a un teatro popolare, totalmente popolare, che non significa un teatro facile: si tratta di andare con sincerità dentro a cose dolorose e complesse. Alcune persone all’inizio mi guardano un po’ spaventate, qualcuno in passato si è anche alzato ed è andato via. Adesso non si alza più nessuno. In fin dei conti, io parlo sempre dell’amore. In un mio vecchio spettacolo, Guerra, c’è una frase di Che Guevara che dice: «Una grande rivoluzione non può nascere che da un grande sentimento d’amore». L’ho letta a Cuba, era leggermente diversa: come spesso mi capita l’ho rubata e trasformata. Anche Orchidee è uno spettacolo sull’amore.

In cosa il tuo lavoro sull’amore è diverso da quello che fa in tv Maria De Filippi?

Io non ho paura di andare a vedere la violenza, l’orrore. Non si può parlare dell’amore senza parlare dello schifo. Fabrizio De André dice «Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior»: a me piace far vedere i fiori, ma mostro anche il letame. Maria De Filippi parla solo di un finto fiore. Abbiamo il vomito della parola «amore» perché se la sono presa questo tipo di trasmissioni televisive. Ce l’hanno tolta di mano. Come hanno fatto anche le soap-opera e le melense canzoni di Sanremo. La parola «amore» deve essere urlata dopo che si è toccato il fondo. Questa è la differenza fra me e Maria De Filippi.

Orchidee
Orchidee

 

Spessissimo fai della tua autobiografia materiale esplicito per la tua arte. C’è qualche cosa dei fatti tuoi che non può entrare in scena?

Devo dire la verità: io non ho nessuna voglia di parlare di me. Mi è piaciuto molto quando mi sono occupato di altro, come in Cavalleria rusticana e in Don Giovanni. Ma alla fine è vero quel che diceva Antonin Artaud, «Non riuscirei a fare uno spettacolo che non sia contaminato dalla mia vita»: è inevitabile mettere sempre in scena una propria verità. Anche quando si interpreta un personaggio, come ad esempio nell’ultimo film in cui ho lavorato, Pulce non c’è di Giuseppe Bonito.

Le tue opere nascono da attraversamenti anche fisici del mondo?

Mi piace molto viaggiare. Durante un viaggio può capitare di trovarsi in situazioni molto inconsuete, anche drammatiche. Mi affascina il non avere certezze. Mi piace perdermi: il mondo è pieno di figure che ci aiutano a scoprire cose che non conosciamo. Come Bobò.

Con il successo è cambiato il tuo rapporto con i soldi?

C’è una parte di me che non ha ancora risolto questa questione. Sono ligure, ho una mia avidità. Mi sono comperato una casa, poi una barca a vela. Sono momenti della vita in cui divento totalmente stupido. Sono anche belli, quei momenti.

E poi?

E poi ti arriva qualche cosa, come adesso quest’occhio, che ti dice: «Ok. Riprendiamo un po’ di centro». Perdo sempre il centro, io. Non mi è bastato l’Aids, non mi sono bastate tante esperienze tremende. Perdo sempre il centro.

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In fin dei conti, a cosa serve, la tua arte?

Io pratico il Buddismo da tanti anni. Il Buddismo degli ultimi scritti sostiene che tutti hanno dentro la propria buddità e che ciascuno la raggiunge attraverso le sofferenze, le battaglie personali e anche realizzando i propri desideri: l’arte può essere un tramite con la natura più illuminata della nostra vita. Se una esperienza può servire agli altri, allora ha senso. Altrimenti io cambierei volentieri mestiere. Ad esempio, mi piacerebbe aprire un ristorante in Thailandia.

La gentile assistente si affaccia e ci segnala con un sorriso che i dieci minuti concessi sono esauriti, Pippo deve andare a cena. The show must go on.

MICHELE PASCARELLA

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