saluti da…via della secchia, 3«…è tutto il pomeriggio che, con il Signor Saturno (il quale, a volte, sta per davvero in un mondo tutto suo, anche se poi, glielo devo proprio riconoscere, si fa ascoltare pur sempre volentieri…) passeggiamo e cincischiamo e ricordiamo Bologna com’era e forse non sarà più: quei locali del passato, quelli dove il tempo (…che ora son tutti così di corsa!) sembra essersi fermato all’epoca in cui cibarsi era, appunto, una necessità e non un diversivo. E allora, ecco, mi vien in mente uno di quei locali, che esistono ancora (per fortuna), ed essendosi fatta l’ora di cena gli propongo, al Signor Saturno, di mangiare qualcosa all’Autotreno, una trattoria nella zona ovest della città dove tutto – dalla fòrmica dei tavolini all’austerità delle sedie fino al candore spoglio eppure, in qualche misura, rassicurante, degli ambienti – pare sintonizzato con un orologio fisso su qualche zona remota degli anni nostri migliori. Intendiamoci, io non sono mica una di quelle tipe perennemente occupate a rimpiangere il passato, perché so bene che ogni generazione coltiva i suoi dispiacerini nei confronti delle stagioni della gioventù, ma so anche che queste, in ogni caso, non torneranno, e allora tanto vale provare a capire, digerire, se possibile trarre beneficio e compiacersi di quanto offre il giorno d’oggi, senza star troppo a recriminare riguardo la propria irrecuperabile adolescenza. Siccome, però, di dispiaceri, nella vita, ne abbiamo tutti, allora andare all’Autotreno, mettere le mani sul pane comune dentro a quei cestini che non hanno nessuna pretesa se non quella di essere dei cestini di pane comune, provare dei tortellini proprio come quelli, onesti, che mi faceva nonna e del coniglio arrosto pieno di gusto e di bosco, senza saper affatto di selvatico, con quel saporino appena scontroso che è proprio giusto che lo abbia, la selvaggina, rappresenta, per me e il Signor Saturno (al solito appetente come non mai), una specie di risarcimento dalla confusione e dalla frenesia quotidiana da cui neppure noi, tutto sommato, riusciamo a staccarci quanto vorremmo. Così il vino in caraffa, contadinesco e pulito, e le patatine fritte (tanto irregolari quanto gustose, finalmente) ci riconciliano per qualche oretta con il ritmo umano di quelle cose buone che in quanto tali necessitano di tempo e pazienza, per essere consumate come per esser fatte. A un certo punto, poi, vedo sbucare dalla cucina una figura piccola, tutta immacolata e bianca: è la Signora Francesca, una zdaurina (dalle nostre parti, in Emilia voglio dire, si chiamano così le donne di una certa tempra, difficili da trovare adesso, forse rimaste a cucinare solo in qualche Festa dell’Unità…) che d’estate e d’inverno, col solleone o con la neve, è sempre qui, armata di matterello, perché aiuta a fare la sfoglia in cucina. La Signora Francesca è sempre in trattoria, da lei ogni giorno raggiunta con una bicicletta antidiluviana sulla quale, al posto del fanale posteriore, ha assicurato un lumino di Padre Pio per proteggerla dagli inconvenienti legati al clima (così ci racconta, mentre stiamo al bancone per prendere il solito liquorino a fine pasto, o meglio, mentre lo prende il solo Signor Saturno… penso che ormai sto iniziando a conoscere i suoi vizi). Quindi l’Autotreno è questo, per me: la Signora Francesca e il suo legame con il luogo e l’attività (dalla quale non potrebbe mai staccarsi), il suo suo spirito e il suo entusiasmo a garantire la fattura genuina dei cibi serviti, le tovaglie candide della stessa stoffa dei tovaglioli, la professionalità poco smancerosa, la selezione di liquori all’ingresso (dietro il grande specchio che riflette l’intera sala di entrata), l’arredamento rigoroso, essenziale, la serietà delle portate e delle cibarie. E tutto questo, per me e pare anche per il Signor Saturno, è importante: è quello che siamo stati e quello che, fin quando si potrà, saremo. Sono i giorni di ieri utili per capire meglio quelli di oggi. Quando il Signor Saturno si ordina il solito superalcolico (quello che, dopo due primi, due secondi con contorni e altrettanti dolci ci farà spendere la comunque potabilissima cifra di 50 € e rotti), vorrei dirgli di non esagerare; e invece no, lo osservo con un filo di tenerezza, perché quanto sta per bere sono, alla fine, tutte le nostre storie passate e i cordiali e le famiglie e le tavolate e i mobili e le donne forti e gli uomini laboriosi da cui siamo arrivati noi e anche chi li ha dimenticati o si illude di averlo fatto. Perciò, alla salute!, Signor Saturno. Alla salute nostra e di chi vorrà brindare con noi, come io, guardandoti senza dirtelo, bevo con te.»

 

TRATTORIA AUTOTRENO, Via della Secchia, 3 – 40131 – Bologn. Info: 051 558007

chiuso il lunedì sera e nelle serate festive (aperto nei pranzi domenicali)

 


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