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Vorremmo partire da una immagine.

Per l’esattezza da un’incisione.

È di Pieter Bruegel il Vecchio, si intitola Festa dei Folli.

È conservata presso il Metropolitan Museum of Art di New York, più conosciuto come “il Met”.

Eccola:

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Le Feste dei Folli sono celebrazioni medioevali a carattere burlesco e canzonatorio che si svolgevano subito dopo Natale. Una sorta di anticipazione del periodo carnevalesco: all’interno di severe istituzioni religiose, per alcuni giorni i suddiaconi potevano indossare le vesti dei loro superiori e canzonarli. Una serie di costumi segnalava il temporaneo ribaltamento dell’ordine sociale, la momentanea sospensione delle norme e delle gerarchie che reggevano la struttura della comunità. I giovani chierici eleggevano uno dei loro compagni al ruolo di “vescovo” o di “re”, in analogia forse con il “Re dei Saturnali” del periodo romano. Il disordine e la follia si impadronivano delle chiese e la stessa liturgia veniva trasformata dalla presenza di pratiche e credenze di origine pre-cristiana. Dopo qualche giorno, l’ordine veniva ripristinato, lo status quo delle strutture di potere intatto: vi siete sfogati? Bene, adesso rimettetevi in ginocchio.

Da dove proviene questa usanza e, dunque, questa necessità di ribaltamento? Come si sa, per la dottrina cristiana l’ostentazione della corporeità è male. E dunque lo è tutto ciò che «scatena le passioni», in primis il teatro. Lo mette nero su bianco già Tertulliano, fra II e III secolo d.C.: nel De spectaculis, il trattato che fonda il pensiero cristiano sul tema, egli ribadisce la regola della continenza, prioritaria per un buon fedele, e ricorda che gli animi «devono essere lieti e tranquilli». L’esatto opposto di ciò che accadeva durante gli spettacoli in tarda età romana, con la nudatio mimarum pretesa a gran voce dal pubblico eccitato… Dunque la Chiesa che fa? Intraprende una colossale campagna ideologica di demonizzazione della pratica scenica che culmina in una vera e propria damnatio memoriae: già alla fine del IV secolo vengono cancellate sia la pratica che la nozione di teatro. Gli spazi di rappresentazione sono lasciati andare in malora. Viene eliminata anche la parola attore. Mi dai fastidio? Io ti cancello.

Questa severa intenzione ordinatrice nel corso dei secoli ha assunto forme ben più sottili, finanche subdole. Da Tertulliano si è passati alla “ribellione a tempo” delle Feste dei Folli, appunto. Fino ad arrivare al Rocky Horror Show. Detta così, qualunque storico ci metterebbe, come è giusto, al rogo. Ma confidando nella tolleranza dei lettori di Gagarin, arriviamo a spiegare questa genealogia.

Sia chiaro: l’allestimento che Sam Buntrock (regia) e Matthew Mohr (coreografie) hanno realizzato del celeberrimo musical di Richard O’Brien è perfetto. Tutte le componenti dell’efficientissimo ingranaggio sono di altissima qualità. Pur trovando riduttiva l’intenzione essenzialmente divertente (nel senso etimologico di divertĕre, «volgere altrove»), va riconosciuta l’assoluta efficacia dei singoli elementi e dell’insieme. Grandioso.

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In prima istanza, questo musical procura una certa sensazione di spreco: non tanto per la quantità di denaro che certo una operazione come questa comporta, quanto per le ottime capacità messe in campo per un semplice passatempo del pubblico. È come se, volendo permanere in un milieu cristiano, una persona si facesse il segno della croce semplicemente per rilassare i muscoli della spalla: così come per un credente quel gesto ha ben altri significati, allo stesso modo l’arte dovrebbe perseguire ben altri intenti. Ma tant’è. Il Rocky Horror Show intrattiene e spensiera, e lo fa benissimo.

Quel che colpisce, e che si vorrebbe ora brevemente restituire, è la partecipazione pervicacemente, ferocemente corale del pubblico. In sala e fuori. Prima di entrare, lo spettacolo è dato dalla messe di persone en travestie all’esterno del PalaCredito: signore della Forlì-bene in guêpière e occhiali scuri, famigliole con padri barbuti in calze a rete e rossetto infuocato che tengono per mano proli frastornate, fusti iper-sorridenti in mutande di pelle e stivaletti, parrucche fucsia e pennacchi a profusione. Una ridda di selfie e risate pressoché isteriche sottolineano l’eccezionalità del momento. Una volta entrati, tra le nebbie e una proiezione cinematografica vintage sullo sfondo, la macchina da guerra inizia a sparare i propri infallibili colpi (va ribadito: chapeau a tanta grandeur). Geppi Cucciari narra la vicenda e dialoga con il pubblico, che beato risponde in coro con esattezza da manuale.

Il Rocky Horror Show, come già Grease e tanti altri frutti della bacchettona società americana degli anni Settanta (non che oggi sia meglio), è apparentemente un inno alla trasgressione: una spettacolare cerimonia di iniziazione alle gioie della vita e del sesso di una giovane coppia letteralmente sperduta.

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Un inno alla trasgressione? Leggo sul vocabolario Treccani: «Trasgressione – L’atto dell’andare oltre i limiti consentiti; deviazione dal comportamento condiviso dalla maggioranza, in una società o in un gruppo sociale».

Quel che colpisce, in ciò che si proporrebbe come monumentale celebrazione del Think different, è la fruizione “a fotocopia” di una massa felice di esserlo, di spettatori-soldati (poco importa se invece degli anfibi indossano gli stivali a tacco alto) soddisfatti di eseguire “come si deve” gli ordini che arrivano dal palco, grati di condividere premesse e conoscenze con le persone che accanto sono sedute (o che più probabilmente stanno ballando, cantando, rispondendo) e così, propriamente, ri-conoscersi: una mastodontica cattedrale del conformismo, uno smisurato monumento alla subordinazione (seppur cosparso di lustrini).

Viene in mente ciò che Michail Bachtin chiama il «sentimento carnevalesco del mondo»: secondo il filosofo russo il carnevale è uno spettacolo che non prevede alcuna divisione tra esecutori e spettatori, in quanto coinvolge tutti all’interno delle proprie regole, spingendo gli uomini a vivere, in esso, una «vita all’incontrario», un «mondo alla rovescia». Per due ore o poco più, nel caso del Rocky Horror Picture Show. Poi, dopo essersi sfogati per bene (o esser convinti di averlo fatto, il che è peggio), ci si rimetta in ginocchio. A ringraziare.

MICHELE PASCARELLA

 

Visto il 24 maggio 2015 – Forlì, PalaCredito di Romagna – info: ravennafestival.org 

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