la copertina del libro
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Giornalista, saggista e conduttore radiofonico, Fabio Cerbone cura, dal 2001, il portale www.rootshighway.it (sul quale, per denunciare subito il macroscopico conflitto d’interessi alla base di questa recensione, interviene anche chi vi scrive), ma prima d’ora non si era mai cimentato con la narrativa pura. Oppure si può dire l’abbia in fondo sempre fatto, perché occuparsi di canzone d’autore americana, di rock, folk e tradizioni country, significa per forza di cose immergersi nei racconti, nell’immaginario, nelle profonde radici sociali di un tipo di comunicazione in concreto derivata dall’atlante romanzesco dei cantastorie del secolo scorso o delle grandi cronache orali appartenute ai pionieri del tardo ‘800. Come scriveva Mario Maffi, ricercatore espertissimo nel tema delle letterature dal basso, «La cultura orale, la comunicazione diretta, così presenti nel contesto urbano ad alta densità, sono forme di trasmissione di identità presenti anche nelle culture rurali d’immigrazione in particolare nel sud degli Stati Uniti, in spazi molto più dilatati ma dove il legame con il gruppo etnico è fortissimo», perciò, se la musica è stata insomma una cinghia di trasmissione tra il popolo e i suoi sogni, tra la nazione americana stessa e la sua continua ricerca di una personalità intrinseca e unificatrice, i musicisti di strada sono stati allora i suoi custodi, e dopo di loro il testimone – la capacità di costituire un indizio sociologico al di fuori dell’accademia – è passato ai jukebox, ai 45 giri, agli LP e infine, oggi, alle famigerate playlist di Spotify e altri servizi di ascolto in rete. Cerbone sceglie di raccontare l’America partendo dalle canzoni, come se avessimo in mano un vinile dotato di entrambi i lati e di entrambe le coste (dall’Est all’occidente, senza viaggio di ritorno), e da ognuno dei brani prescelti (in un repertorio che corre tra Bruce Springsteen e Tom Waits) trae una storia dove si fondono cultura rock e passione per gli scrittori senza fronzoli, nemici di ogni avverbio e di qualsiasi lungaggine. Quanto però emerge dalle undici short-stories di America 2.0 – Canzoni e racconti di una grande illusione, non è solo il catalogo delle passioni, degli ideali e perché no delle predilezioni estetiche dell’autore, ma un ritratto amaro e impietoso di un paese smarrito nella costante ricerca di una frontiera da attraversare, prigioniero di falsi miti (su tutti quello della cosiddetta «seconda opportunità») inadatti a preservarlo da una spaventosa fragilità, con l’insicurezza nel ruolo del sentimento dominante, la rassegnazione come cifra ricorrente di tutti i protagonisti e ciascuna parabola. In un continente che come nessun altro ha saputo incarnare il sogno di una nuova rinascita, l’ideale di un risveglio collettivo e individuale, ogni aspirazione sembra essersi frantumata in una perenne metafora del disorientamento pubblico: la dimensione comune a tutti i racconti di Cerbone è infatti quella della speranza tradita, destinata a ritorcersi contro chi la nutre in una spirale dolorosa di espedienti, miserie e impoverimenti. Il corso degli eventi oscilla tra il risentimento di classe dell’iniziale Michigan Avenue, in cui l’acquisto di un’auto nuova da parte di una famiglia di colore diventa la radiografia implacabile di una segregazione abolita a parole e nondimeno ancora viva e sanguinante nella quotidianità dei cittadini, al disilluso tono noir di Qualcosa di grande, passando per l’agrodolce confronto generazionale di I pozzi di Monahans, la gioventù perduta del dolente Il ballerino degli honky-tonk, l’amore scomparso di Frequenze clandestine e l’annientamento (anche fisico) dei proletari di provincia di Nella valle di Tecumseh, senza mai perdere di vista la prospettiva tutt’altro che tranquillizzante dei perdenti, la metafisica degli ultimi sempre pronti a tentare un’ennesima scommessa col destino (dagli esiti in genere disgraziati). Il racconto più bello s’intitola Johnny, arriva da una canzone del texano James McMurtry e intreccia i desideri modesti di una famiglia di medie ambizioni con la ribellione silenziosa di un figlio refrattario all’adattamento borghese: la cadenza delle parole è distesa, quasi colloquiale, e per undici pagine (tante ne conta l’esposizione) non sembra accadere granché, ma dietro la tristezza sottile dei genitori e la sorridente malinconia del loro primogenito si nasconde una disamina delle convenzioni sociali, un riflesso del paradiso promesso dalla cultura americana e tuttavia irraggiungibile ai più, degno delle disperazioni inafferrabili di John Cheever. In definitiva, complimenti alla casa editrice – la pescarese Quarup – per il sostegno garantito a (diversi) esordienti d’indubbio valore, e complimenti a Fabio Cerbone, per essere riuscito a trasformare la retorica e i luoghi comuni di tanta musica americana in un mosaico di sentimenti, illusioni e utopie spezzate da conservare a lungo negli angoli della memoria.

Gianfranco Callieri

FABIO CERBONE

America 2.0 – Canzoni e racconti di una grande illusione

Quarup

2015, pp. 176, € 13.90

www.quarup.it

   

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