Brunori SAS_foto di Giacomo Triglia_3

Un Brunori Sas sorprendente, in versione “stand up comedy”, ha inaugurato venerdì 17 luglio la trentunesima edizione del Verucchio Festival con il suo nuovo spettacolo.  Due ore abbondanti passate sul palco, alternando monologhi e sketch a canzoni del suo repertorio, riviste per l’occasione in chiave più acustica e teatrale. Uno show che convince e fila via tra sonore risate e canzoni, grazie all’incontro il tocco ironico, cinico e disincantato della sua comicità, con quello più malinconico e riflessivo affidato ai testi e alla musica dei brani della sua discografia. Gli arrangiamenti sono minimali ma molto eleganti, grazie sopratutto agli archi e ad un uso maggiore – ma mai invasivo – dell’elettronica che, con l’ausilio di un set percussivo minimale, spalleggiano con classe la chitarra, il piano elettrico e la voce di Brunori.

Il ritmo è buono e convince la continua altalena fra recitazione e canzoni come “le quattro volte”, “Fra un milione di stelle”, “lei, lui, Firenze ”,  “Maddalena e Madonna”, “Sol come sono Sol”, “Kurt Cobain”, “Il giovane Mario”, “Bruno mio dove sei”, “pornormanzo” e “Arrivederci tristezza”.

I monologhi non risparmiano niente e nessuno: cita Sartre («ma senza mai aver letto un suo libro», specifica, accontentandosi di utilizzare citazioni di wikipedia) quando dice «chi non fa nulla, si sente responsabile di tutto» e Alberto Sordi nel Marchese del grillo; «Nella società a responsabilità a limitata non possiamo permetterci il lusso di delegare ad altri le nostre istanze, perchè altimenti finiremmo come quei contadini che Alberto Sordi, nel “Marchese del grillo”, saluta beffardamente con la famosa frase “Io sono io, e voi non siete un cazzo”, facendosi beffa della legge e del popolo».

Cambiano gli armomenti, ma il piglio rimane lo stesso, anche quando passa alla mania contemporanea del cibo, anzi,  del «food, come si dice oggi»; cita  “Master chef”, che viene descritto come «un mix tra i film “Full metal jacket” e “Schindler list”», spiegando come gli show culinari siano sempre più violenti, quasi degradanti.

brunori verucchio

«Mi piaceva l’idea di uno spettacolo inteso come una chiacchierata informale con il pubblico – ci spiega Brunori – diverso dal concerto vero e proprio. Il riferimento però è più alla comicità americana che al teatro canzone italiano. Più che a Gaber, per intenderci, faccio riferimento alla stand up comedy all’americana e a comici come George Carlin, Bill Hicks. Il registro è  leggero e ironico. Di solito, durante i concerti, fra un pezzo e l’altro, ho l’abitudine di dire fesserie, ho pensato allora di formalizzare questa cosa e farla diventare parte di uno show vero e proprio con un copione e un filo conduttore».

E invece la parte musicale?

«Il fatto stesso che ci sia una regia teatrale ci obbliga ad uscire dai tempi e dai modi di un concerto vero e proprio. Non esiste però una parte recitata separata da una suonata. Tutto si deve integrare, per questo abbiamo lavorato per omogeneizzare gli arrangiamenti e rivisitato alcune canzoni per adattarle al contesto teatrale. Suoniamo anche pezzi diversi, che solitamente vengono sacrificati nei tour. Privilegio quelli  in grado di offrire un’atmosfera più intima e per questo abbiamo cercato di introdurre anche strumenti differenti e inusuali».

Da Sas a Srl, a che dobbiamo questo cambio di società?

«Lo spettacolo gioca molto su questo fatto, parla della mia trasformazione da Brunori Sas a Brunori Srl, ma anche della trasformazione in maniera ironica che riguarda la mia società di origine; sono cresciuto in un piccolo paesino (Joggi), nell’entroterra del cosentino. Joggi, cinquecento anime, era ciò che io definisco una società di persone. Poi, crescendo, mi sono dovuto adattare, come tutti, a vivere in quella che è la società attuale, una società di capitali; una comunità più ampia ma meno coesa, fatta di luoghi anche non fisici come la rete, e dove mi sembra che la responsabilità di ciascuno, alla fine, sia limitata rispetto alla società di persone, dove invece ognuno è qualcuno, un volto, degli occhi e risponde direttamente delle sue azioni».

In una società a responsabilità limitata, che ruolo può avere l’artista?

«Ognuno continua ad avere un suo ruolo anche in una società strana come quella di oggi.  Non ho mai creduto però nel ruolo salvifico dell’artista. Non credo nemmeno nella “musica impegnata”, nel cantautore vate che indica la strada e diffonde saggezza. Oggi, in particolare, lo trovo un modello inadeguato a raccontare questo tipo di società. Mi sento una persona che indaga e pone delle questioni, genera semmai un dibattito; mi interessa l’interazione con le persone, non la presunta verità calata dall’alto. Forse è per questo che non mi stimola parlare di un fenomeno in sé e per sé, ma mi incuriosisce il comportamento umano di fronte alle cose. O, meglio, come funzioniamo noi di fronte ai cambiamenti, piccoli o grandi che siano».

 La Srl si fermerà ai teatri o diventerà un vero e proprio disco o dvd?

«Ci piacerebbe molto e ci stiamo  pensando, però ci sono delle riflessioni a monte da fare. A favore gioca l’entusiasmo e il fatto che pensiamo che il lavoro che stiamo portando in giro meriti  di essere fermato, di non diventare solo un bel ricordo. Contro, diciamo, alcuni aspetti logisticici ed economici da valutare, visto che ci autoproduciamo. Insomma, non ci interessa farlo per il semplice gusto di farlo, ma solo se riusciamo a trovare le condizioni per farlo diventare veramente un bel lavoro».

È da poco passata la mezzanotte sul sagrato della collegiata di Verucchio, e lo spettacolo termina con una improbabile lettera di Brunori Sas ai Corinzi: «Solo le cose morte hanno sempre lo stesso aspetto e io voglio essere vivo, almeno finché morte non mi separi da tutti i me stesso che contengo”. Rimane giusto il tempo pe una rivelazione: «ma di chi è allora la colpa del degrado culturale che stiamo vivendo? voi fate sempre il mio nome, dite che è sempre colpa mia»,  prima di un ultimo bis, “Mambo reazionario”, con cui Brunori invita finalmente il pubblico  in piedi a ballare, proprio come nelle feste di paese.

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