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Eccoci a parlare di un brutto disco tributo come Joyeux Anniversaire M’Sieur Dutronc, che però ci serve per discutere del più grande artista pop-rock francese vivente e tout court uno dei tre-quattro francesi che bisogna conoscere a menadito con Serge Gainsbourg, Georges Brassens, il belga Jacques Brel e Léo Ferré – naturalmente stiamo parlando di Jacques Dutronc, sublime uomo in musica che fra l’altro pure al cinema, come attore, ha sempre fatto un gran figurone, come dimostrano veri capolavori quali Grazie per la cioccolata Claude Chabrol e Baciate chi vi pare di Michel Blanc.

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Bene, Dutronc sono una dozzina di anni che è fermo discograficamente sebbene nel 2010 fece un trionfale ritorno dal vivo fra Francia, Belgio e Svizzera con ovunque sold out – molto probabile che si starà godendo la sua magione in Corsica con la moglie Françoise Hardy, sposata decenni fa e letteralmente strappata dalle mani di adulatori quali Nick Drake e Mick Jagger, e che altrettanto si stia felicitando del clamoroso successo che l’unico figlio dell’invidiata coppia, Thomas Dutronc, sta conseguendo Oltralpe fin da ché esordì pochi anni or sono. Spiegare a chi non ha minima idea di chi il monsieur Jacques sia è più facile di quanto possa apparire – Dutronc è il primo dandy della musica pop (anche se i Kinks…), l’uomo che per stessa ammissione degli interessati ispirò molto dell’immagine di Bryan Ferry e di David Bowie. Tutto qui? No – per niente. Se negli anni Sessanta Dutronc prese molto dall’amico e guida spirituale Serge Gainsbourg, l’evoluzione dell’artista è stata spesso piena di cambi di rotta repentini, segno di una musica inquieta e di voglia di non restare imprigionato nei cliché. Un po’ come Giorgio Gaber – e lo stesso Gaber gli deve molto, anzi, direi scippato molto, visto che con Sandro Luporini, si appropriò indebitamente senza dare uno straccio di credito di brani come Il dilemma o L’opportunista ribattezzato Il qualunquista – dicevamo, un po’ come Gaber anche Dutronc nei primi anni Settanta per un certo periodo si rintanò in teatro, sfornando spettacoli a tema che fecero scuola – e dei quali i pezzi chiave uscirono per lo più posti in dischi di studio tutti intitolati Jacques Dutronc, in nome della più spartana eloquenza. Sebbene con aria di spaccone dandy che tuttora si porta appresso, in Italia più di tutti il suo corrispondente non vi sono dubbi che sia Paolo Conte (chi più dandy di lui da noi, in verità?) – tanto che alcuni classicissimi di Dutronc se cantati in italiano, tipo la magnifica Paris s’éveille, sarebbe facile scambiarli per pezzi contiani.

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Joyeux Anniversaire M’Sieur Dutronc – ce n’era bisogno? No se si ascolta il disco e si ama già Dutronc, sì se può indurre gli ignari a buttarsi su uno dei veri grandi della musica europea con isole comprese. Salviamo il salvabile, che è poco – tipo Dutronc stesso che con Nicola Sirkis, il cantante e chitarrista degli ottimi Indochine, gigioneggia facendo l’autoparodia di se stesso in L’oppurtuniste – oppure il mai troppo elogiato Miossec in Le temps de l’amour e il figlio del protagonista, Thomas, che con A tuot berzingue evidentemente vi è cresciuto. Il resto di Joyeux Anniversaire M’Sieur Dutronc lasciarlo perdere non è peccato – anzi. Semmai fare una sana ripassata o una doverosa scoperta, che è ancora meglio, di Jacques Dutronc e del suo irrinunciabile corpus artistico può solo far bene – capolavori come Merde in France (Cacapoum), Les Cactus, Le Responsable (il più bel singolo anni Sessanta francese?), Madame l’Existence, L’idole, Le dilemme, Les roses finées, Opium, La compapade (che Adriano Celentano l’abbia sentito per bene quando ebbe il colpo di genio per Prisencolinensinainciusol?), Et moi et moi et moi (il suo primissimo singolo, del quale esiste pure una versione in italiano dell’artista stesso) e decine d’altri, sono testimonianza di un artista maiuscolo, incosciente e sempre mezzo miglio avanti gli altri – come piace a noi.

 

CICO CASARTELLI

 

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