Kristy
Kristy, locandina originale

Nonostante impegni, promesse e fioretti, in estate la distribuzione italiana continua a prendersi le sue ferie, rendendo di fatto impossibile la più volte auspicata sincronizzazione delle uscite col mercato USA, dove la stagione in corso è al contrario quella distinta dai maggiori incassi. Difficile prendersela con la clandestinità degli spettatori, in effetti latitanti dalle sale, quando queste sospendono l’attività (talvolta a tempo indeterminato), o programmano fondi di magazzino irricevibili persino nell’ambito dello straight-to-video, e inutile fare statistiche sugli avventori occasionali che, invece di aspettare le prime nazionali, si sono già scaricati o guardati in streaming, giusto per riempire un pomeriggio sotto l’ombrellone, i titoli previsti per settembre. Nondimeno, bisogna ancora una volta rilevare come i cartelloni dei pochi irriducibili alla chiusura estiva, per lo più multiplex, sembrino fatti apposta per scoraggiare gli utenti anziché invogliarli, contribuendo così a perpetuare un’endemica disaffezione al consumo di film su grande schermo i cui effetti, anno dopo anno, continuano a farsi sentire anche nella diminuzione dei biglietti staccati negli altri nove mesi di esercizio. Per esempio c’è da chiedersi chi mai potrebbe aver voglia di pagare quasi 10 € per sorbirsi questo Kristy, stracco pseudo-horror circolato in America nel 2014, da allora disponibile in rete in copie di qualità audio/video per niente modesta e oggi misteriosamente piombato nel circuito italiano. A chi dovrebbe interessare la storiella di una studentessa universitaria, dallo sceneggiatore battezzata Justine (come l’orfana cattolica ma vessata dalla sorte avversa del marchese De Sade) giusto per far capire all’inclita che anche i pennivendoli della Hollywood di serie Z conoscono i classici del ‘700 (e gli antesignani, quindi, del cosiddetto torture-porn), rimasta sola nel suo ateneo durante i festeggiamenti per il Giorno del Ringraziamento e lì raggiunta da un gruppo di sconosciuti, chissà perché decisi a farla fuori? A chi dovrebbe interessare un sottoprodotto interpretato da emeriti cani, diretto coi piedi, incapace di assicurare la benché minima tensione e versato soltanto nell’appiccicare luoghi comuni prelevati da antecedenti come La Notte Del Giudizio (The Purge; James DeMonaco, 2013) o Them (Ils; David Moreau e Xavier Palud, 2006) (il secondo uno slasher amaro e cattivo molto al di sopra della media di settore, il primo tale e qualmente sovrapponibile a qualsiasi film dell’orrore appartenente al filone survival)? Delle tre possibili risorse a disposizione, Kristy non ne sfrutta nessuna. Pur avendo due donne nei ruoli principali, non tenta mai, neanche per sbaglio, un affondo sui significati sociali e culturali della sessualità o dell’identità femminile. Pur dispiegando, almeno nella prima mezz’ora, qualche appunto interessante sulle diverse risorse finanziarie dei protagonisti (Justine, chiamata Kristy dai suoi assalitori, non torna in famiglia per il Thanksgiving perché non ha i soldi per il viaggio, ma è circondata da riccastri e figli di politici, e anche il suo trasformarsi da selvaggina in predatrice sottintende un metaforico imborghesimento), non riesce a costruire un discorso coerente sul tema della vulnerabilità e dell’insicurezza delle classi meno abbienti (un po’ come le nostre velleitarie sinistre, incapaci di riconoscere, e anzi pronte a tacciare di autoritarismo e fascismo chiunque sottolinei il problema, che la microcriminalità danneggia soprattutto i ceti popolari). Infine, pur facendo leva sulla fotografia cupa e opprimente del bravo Crille Forsberg, non è in grado di tramutare le aule, i corridoi, la piscina e gli spalti del campus nel quale si svolge il racconto nel labirinto mortale in cui si attende di fare ingresso, invano, dal primo minuto di proiezione. Superfluo rimarcare come sul discorso della primitiva sete di sangue umano, soddisfatta attraverso rituali venatori, abbia già detto tutto La Pericolosa Partita (The Most Dangerous Game, 1932), il capolavoro di Ernest B. Shoedsack e Irving Pichel con Joel McCrea nelle grinfie del sadico farabutto Leslie Banks (su di un’isola abbandonata), perché il riferimento trascende di gran lunga le fragili doti del regista Oliver Blackburn. E finché i nostri distributori continueranno a trattare i forzati delle sale agostane come polli da spennare, l’unica risposta è quella di andare altrove. Godetevi la spiaggia o la montagna, insomma: di andare al cinema per sciropparsi roba simile se ne può fare a meno.

 

Gianfranco Callieri

KRISTY

Oliver Blackburn

USA – 2014 – 86’

voto: *1/2

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