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Quando penso a David Gilmour non ho dubbi su una cosa – egli è uomo che sa sempre regalare un fremito raro. Non è questione di sound unico, forse pure ripetitivo (cosa di cui lo accusano in molti), ma è quell’innata eloquente flemma epica e folk allo stesso tempo che è stata capace di imporsi in quello che poteva essere il ruolo più difficile d’interpretare nei Pink Floyd – il sostituto di Syd Barrett sebbene, in verità, vi fu un breve periodo di Floyd a cinque prima che il Diamante Grezzo prendesse direzione verso il buio della mente.

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Rattle That Lock – che bella gatta da pelare. La trasversalità di David Gilmour è di quelle che qualunque cosa si scriva su di lui, si rischia sempre di scontentare qualcuno – i Floyd-iani di ferro e l’ascoltatore di musica come prodotto di sottofondo, quello che compra i dischi perché sono in classifica (o il ascolta perché a caso appaiono in un banner o in una pubblicità). L’onestà intellettuale dovrebbe comunque condurre a una verità che da queste parti è lapalissiana – David Gilmour non è un baro. Gli è capitato di fare musica decisamente leggendaria (molta) e altrettanto altra più ordinaria ma non per questo disonesta – e lo tengo a sottolineare per tutti coloro che disdegnano il dopo-Roger Waters dei Pink Floyd.

David Gilmour con Phil Manzanera, ex Roxy Music e coproduttore di Rattle That Lock
David Gilmour con Phil Manzanera, ex Roxy Music e coproduttore di Rattle That Lock

Il disco, il quarto da solo, è diretto discendente di quello di una decina di anni fa, On An Island (2006) – stesso parterre di ospiti con a brillare l’ex Roxy Music Phil Manzanera (anche coproduttore), l’ex Soft Machine Robert Wyatt, il grande presentatore tv dedito alla musica Jools Holland, Graham Nash e David Crosby. In sostanza, la novità non è contemplata nel carnet – ma va bene così, chiaro che a una certa età non si può pretendere sempre uno spirito iconoclasta – e Gilmour, in tal senso, ha già dato molto. E poi, Rattle That Lock, pur con tutto quello che comporta una formula consolidata, funziona molto bene – è un’ascolto più che soddisfacente, parto di un’artista-punto di riferimento per molti che non tradisce se stesso.

David Gilmour con la moglie Polly Samson, coautrice di molti brani del disco
David Gilmour con la moglie Polly Samson, coautrice di molti brani del disco

Il pezzo più bello è quello che nasce dalla sofferenza della perdita – ossia A Boat Lies Waiting ispirato a Richard Wright, il Floyd passato a miglior vita nel 2008, scritto con la moglie Polly Samson (autrice di una buona parte dei testi): Gilmour tira fuori una musica che più Wright-iana di così si muore, si fa aiutare magnificamente da Crosby & Nash alle voci e dove il verso «goin’ to the sea/there’s nothing» illumina tutto con la caducità che è propria, sempre, dei Pink Floyd e affini. Ma nella decina di brani dell’album si trova altro materiale più che buono – tipo il brano guida che è un rockettone il quale più lo ascolti più ti piace, In Any Tongue che ha tutta la grandeur di The Wall (1979), The Girl In The Yellow Dress che è un old time jazz pieno di preziosismi con Jools Holland e Robert Wyatt ospiti a decorare fra le note oppure Today che chissà per quale strana ragione sembra il gemello postumo di Run Like Hell, senza però il riff killer di quel brano. Prenderlo per quel che è, in sostanza – Rattle That Lock è un serissimo giocattolone, forse epilogo di una storia destinata a restare negli annali degli avvenimenti che hanno contato davvero nel mondo della musica moderna degli ultimi cinque decenni. Il resto, come si dice, è rumore di sottofondo.

CICO CASARTELLI

DAVID GILMOUR – Rattle That Lock (Columbia/Sony)

DAVID GILMOUR IN CONCERT AT ROYAL ALBERT HALL, LONDON - 30 MAY  2006

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