sweet pretty things

Sfogliando vecchie e classiche interviste a gente come David Bowie, David Gilmour e Jimmy Page sarà capitato a molti di notare che tutti loro indichino i Pretty Things fra i loro gruppi preferiti – il Duca non ha mai nascosto la sua ammirazione e il suo debito con il frontman della band Phil May, compresa una spettacolare cover di Rosalyn in Pin Ups (1973), il Floyd idolatra S.F. Sorrow (1968, la prima opera rock in assoluto) e prese parte al sequel-live celebrativo Resurrection (1998) registrato addirittura agli studi di Abbey Road, mentre lo Zeppelin li ha sempre indicati come il suo gruppo inglese preferito degli anni Sessanta, tanto che al tempo del Dirigibile li volle mettere sotto contratto per la Swan Song, cosa avvenuta a metà anni Settanta per due album, fra cui il mirabile Silk Torpedo (1974). Non vi è da stupirsi, May e Dick Taylor (quest’ultimo, ricordiamo, co-fondò nientemeno che i Rolling Stones), sono due veri assi, maestri incontrastati della musica inglese, capaci di evolversi magnificamente in tutte le stagioni che hanno attraversato – blues, garage, beat, rock, psichedelia, prog, glam, hard rock, generi che i Pretty Things hanno cavalcato e domato alla grande.

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On e off la carriera dei Pretty Things è continuata con grandissima dignità artistica anche negli ultimi decenni, sia dal vivo sia discograficamente – anzi, negli ultimi anni ci hanno dato dentro con dischi oltre il sorprendente e performance dal vivo che davvero non hanno lasciato nessuna traccia di make up revival bensì solo di grande musica sempre sul filo della sfida. Adesso tocca a The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…), che oltre ad avere un gran titolo è pure un grande album, fatto da gente esperta che ha ancora una grinta veramente invidiabile – dieci pezzi dove non vi è nulla di stantio e dove i cliché usati dal gruppo sono degnamente contemporanei, formando un piccola, grande enciclopedia di tutto quello che ha fatto dei capostipiti i Pretty Things.

I Pretty Things negli anni Sessanta
I Pretty Things negli anni Sessanta

Il canovaccio di The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…) non lascia un secondo di noia all’ascolto, a cominciare dalle due cover scelte – da una parte Renaissance Fair, uno dei grandi capolavori dei Byrds a firma David Crosby/Roger McGuinn, che i Things dal Paradiso californiano giocano a farle fare un giro nel mondo beat, mentre dall’altra You Took Me By Surprise dei Seeds di Sky Saxon, rigirato a gran pezzo hard come nella tradizione dei primi anni Settanta del gruppo inglese. I numeri originali, poi, sono uno meglio dell’altro, a cominciare da Hell, Here And Nowhere (fin del titolo chiaro il riferimento a Here, There And Everywhere dei Beatles), blues unplugged ma roccioso con aperture prog, di quelli che Dick Taylor è un maestro a tirar le fila – per non parlare del pop furioso Turn My Head, dove nei crediti compositivi accanto ai due leader fa capolino Paul Weller, fanatico da tempo immemore dei Pretty Things mica solo dei Who e dei Kinks! Finito qui? Per niente, perché non si può evitar di citare la psichedelica abbagliante di The Same Sun e di Greenwood Tree – il momento magico del disco? Siamo positivi! – oppure come Phil May, dopo sei decenni sulla strada, con Dirt Song e Dark Days sia ancora lì a dettare legge con la sua imbattibile bravura nel rigirare le note a piacimento su un terreno in cui egli è imbattibile, quello teatrale glam. In sostanza, The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…) dimostra che i Pretty Things non sanno tradire la grande musica – adesso tutti a nanna a divertirsi, naturalmente!

CICO CASARTELLI

THE PRETTY THINGS – The Sweet Pretty Things (Are In Bed Now, Of Course…) (Repertoire Records)

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