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Il Maestro arriva e il Teatro dal Verme di Milano è veramente pieno come un’uovo – gente ovunque, seduta sulle scale, sulle transenne, ai lati, per terra – l’occasione è di quelle grandi, grandi davvero: Francis Ford Coppola incontra il pubblico, è disposto a parlare freewheelin’, e lo fa in modo favoloso per due ore abbondanti, di quelle che il migliaio e oltre di presenti difficilmente scorderà. La conversazione, Apocalypse Now, («Questo non è un film sul Vietnam – questo è il  Vietnam» – FFC, Festival di Cannes, 1979), la trilogia de Il padrino, Giardini di pietra, Tetro, The Rain People/Non torno a casa stasera, Rumble Fish/Rusty il selvaggio – la storia del cinema, della New Hollywood, degli ultimi decenni in celluloide, della voglia di rischiare nell’arte.

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Come cantano i Grateful Dead in Terrapin Station, «Inspiration, move me brightly» («Ispirazione, muovimi con sagacia», può andare come traduzione?), Gagarin-Orbite Culturali non ci pensa due volte e prende in mano il microfono visto che il Maestro si è detto disposto a parlare di tutto, «Di cinema, di Italia, di musica, di politica, di America, di famiglia, di astrofisica, di mafia – chiedete quello che volete, sono qui!» dice, ci facciamo coraggio, lo guardiamo negli occhi e partiamo a parlare di Jerry Garcia e compagnia.

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Forse non tutti sanno che Francis Ford Coppola è da svariati decenni un grande fan dei Grateful Dead, che quest’anno fanno di cinquant’anni da che furono fondati, lo sanno anche i muri oramai – diverse cronache lo segnalano regolarmente a loro concerti fin degli anni Sessanta, e appunto l’ammirazione per il gruppo lo ha portato a coinvolgere Mickey Hart (soprattutto) e Bill Kreutzmann alla realizzazione della colonna sonora di Apocalypse Now – dove anche Phil Lesh fu brevemente implicato, fra l’altro – nonché a battezzare egli stesso, nei camerini appena dopo un concerto del Morto nel 1978 a San Francisco, Hart e Kreutzmann con l’oramai classicissimo Rhythm Devils, i Diavoli del ritmo. E ancora oggi Mickey usa quell’immane macchina infernale del ritmo chiamata The Beast, sfoderata anche nei concerti di addio dei Grateful Dead a Santa Clara e a Chicago dei Giugno e Luglio scorsi, che appunto fu il marchingegno inventato in occasione di quel leggendario film e del suo commento sonoro – per chi interessato, rifarsi all’album The Apocalypse Now Sessions/Play River Music (1980), assolutamente indispensabile per completare il complicatissimo puzzle Apocalypse Now. Dicevamo – lo guardiamo negli occhi e gli chiediamo come mai un fan di così vecchia data abbia lasciato a Martin Scorsese l’idea di produrre un documentario sul gruppo, in gestazione proprio in questi mesi – sarà mica che gli ha rubato l’idea? Lui ci guarda simpaticamente sornione, sorride compiaciuto in mezzo a tante domande di cinema e di Italia – e ci risponde con gusto: «Vuoi la verità? È che non saprei come diavolo fare un documentario musicale! Adoro i Grateful Dead, ma quello è un lavoro che lascio fare a Marty, lui è bravissimo in questo genere di cose! Inoltre, Marty è più giovane di me di tre-quattro anni, per cui gli rimane più tempo!». E giù grasse risate.

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A proposito di musica, un passaggio illuminante è quando, sempre fra battuta e verità, spiega il suo rapporto con le sette note: «Mettiamola così: mangiare troppo ingrassa, bere alcol ti stende, tradire tua moglie ti creerebbe problemi inenarrabili – tutti quanti dei piaceri che alla fine paghi, in sostanza. La musica invece no – la musica è semplicemente il piacere assoluto, che sia Ravel o un’opera di Verdi, di Mascagni o quello che volete. Nella musica ti puoi perdere dentro, puoi viaggiarvi dentro – puoi farci di tutto, non ha controindicazioni». Quando si è geni, lo si è anche in queste piccole, favolose considerazioni – e lui, compagno di scuola di Jim Morrison, amico/ammiratore di Tom Waits, dei Lovin’ Spoonful (Beatles/Richard Lester a parte – FFC, il primo a usare una rock band per una colonna sonora originale, quella di You’re A Big Boy Now/Buttati Bernardo! nel lontano 1966) e di Stan Ridgway e naturalmente Deadhead dichiarato, certamente può ben dirlo. Per non parlare, poi, che proprio in questa occasione scopriamo che il direttore d’orchestra Riccardo Muti è suo lontano cugino. Che implicazioni! Che albero genealogico quello dei Coppola e affiliati!

Le calze di Francis Ford Coppola – perché no?
Le calze di Francis Ford Coppola – perché no?

Il regista punta oramai verso gli ottant’anni ma, visto così, ti mette addosso tutta la voglia di vivere di questo mondo. Non perde un colpo, risponde a tutto, ha una memoria di ferro e la lingua affiata – e ha il dono del racconto. Per i primi venti minuti incanta dissertando delle sue origini lucane (la regione Basilicata è stata fra i promotori dell’evento, va sottolineato), narra con assoluto amore e con sorprendente dovizia di particolari di Bernalda, borgo in provincia di Matera, di dove viene il ramo paterno della sua famiglia – quello materno è della Costiera Amalfitana. Un’apologia tutta da sentire e godere – parla Francis Ford Coppola mica uno qualunque, ogni frase è oro colato. Per i secondi venti minuti incanta rammentando del suo primo viaggio in Italia: «Ero a Dubrovnik, credo fosse il 1962 – stavo facendo l’aiuto regista. Giravo con un’Alfa Romeo spider e in un momento di pausa mi infilai in un traghetto diretto a Brindisi. Che meraviglia! Dalla Puglia ho guidato fino a Bernalda, che viaggio indimenticabile! Non mi pareva vero di incontrare la mia gente – tutti che mi invitavano a mangiare e a conoscere il posto. Poi di lì ho continuato fino a Napoli e alla Costiera – vedere quei luoghi per la prima volta è tuttora un ricordo che mi commuove. Pura bellezza!», afferma infervorato.

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Il cinema – con Francis Ford Coppola praticamente lo hai davanti. Tutti che gli chiedono dei film che preferisce, dei nuovi registi, dei cineasti italiani e tutto il resto che è facile immaginare. Lui, orgogliosissimo, prima di tutto ci dice che: «Dovete sapere che, miei figli e nipoti compresi, la famiglia Coppola è alla quinta generazione nel mondo del cinema. Credo che già questo sia incredibile». O forse più che incredibile. Il Maestro sa perfettamente cosa ha dato alla storia della settimana arte – e cosa può dare oggi: «Nel cinema ho imparato una cosa, credo fondamentale: non bisogna competere con se stessi. Io lo so del tutto cosa rappresentino Apocalypse Now o Il padrino, so che non si possono eguagliare. Quello che bisogna fare è trovare un modo diverso di esprimersi rispetto a ciò che si è già fatto». E pensando a One From The Heart/Un sogno lungo un giorno, a The Outsiders/I ragazzi della 56a strada, a Peggy Sue si è sposata, a Tucker o a Dracula di Bram Stoker è chiaro che vi sia riuscito alla grande. «Chi oggi potrebbe investire su di me? Difficile dirlo. Io non garantisco nulla, non posso spiegare cosa vorrei fare se non quando l’ho fatto. Ecco cosa spaventa i produttori odierni. Alla mia età vuoi solo fare cose veramente personali, punto. E poi io ho il mio vino, la mia tenuta, il mio ristorante – cose a cui tengo tantissimo».

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«Ah, il cinema italiano! Che domande! Mi chiedete di dirvi il mio regista preferito – non posso! Ve ne sono troppi! Tuttavia, Federco Fellini sia con La dolce vita sia con  ha raggiunto possibilità di cinema assolutamente eccezionali. E come potrei scordare Roberto Rossellini? Vedete, se penso al cinema italiano mi vengono in mente subito almeno quaranta registi, se penso a quello giapponese quattro, tutti grandissimi però, se lo faccio con quello svedese solo uno, che però è eccezionale, Ingmar Bergman. Quello danese? Non saprei – so che ve ne è uno ma non ricordo il nome», e l’ilarità si impadronisce del Teatro dal Verme. «Poi fra i nuovi ammiro Paolo Sorrentino e quello che ha fatto Gomorra – come si chiama?» – si chiama Matteo Garrone, Maestro.

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Vi è pure chi si azzarda di chiedergli di politica, addirittura italiana – e Coppola non è impreparato, anzi: «L’Italia? Gli italiani eccellono in tutto: nell’arte, nella musica, nel cinema, nella cucina, nella letteratura – l’unica cosa che non sanno fare è raccontare la verità – se sapessero raccontarla l’Italia migliorerebbe in tutto, iniziando dalla politica. E raccontare la verità è molto più semplice di quel che sembra», con naturalmente applausi che partono scroscianti, prolungati, sentiti.

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Siccome «Ispirazione, muovimi con sagacia», come cantavano i Dead, inevitabile che qualcuno gli domandi perché porti una calza gialla e l’altra rossa. «La ragione è complicata, potrei stare su di questo palco a spiegarlo per due ore ancora. Per farla breve, sono io che vi domando: perché no?», già – perché no?! Signori, Francis Ford Coppola le calze può permettersi di portarle spaiate come e quando vuole!

CICO CASARTELLI

 

 

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