Junun (4.1)Cambiano le abitudini, le forme, la propensione al consumo e, per quanto riguarda il cinema, cambiano i film e il modo di concepirli. È segno dei tempi che uno dei progetti più attesi e chiacchierati degli ultimi mesi sia disponibile, dal 9 ottobre e per un mese, non in sala ma in una piattaforma di streaming digitale, tra l’altro produttrice e finanziatrice dell’intera operazione. MUBI, social network per cinefili, fondato nel 2007 dall’imprenditore di origine turca Efe Çakarel per promuovere la diffusione del cinema d’autore e consentirne la visione attraverso la riproduzione on demand (utilizzato da oltre sette milioni di iscritti, il sito funziona da archivio libero o, dietro pagamento di un canone annuale, come “cineteca” quotidianamente aggiornata), ha infatti stanziato i fondi necessari affinché il cineasta californiano Paul Thomas Anderson potesse seguire l’amico Jonny Greenwood, polistrumentista e chitarrista dei Radiohead (nonché responsabile delle colonne sonore di tre su sette lungometraggi del regista), nel Rajasthan, lo stato più vasto di tutta l’India occidentale, dove il musicista avrebbe partecipato alla realizzazione di un album coordinato dal compositore israeliano Shye Ben-Tzur. Noto soprattutto per i suoi componimenti devozionali, quest’ultimo ha radunato un gruppo di colleghi e cantanti, composto al tempo stesso da esponenti del qawwali (tradizione musicale dalle forti connotazioni religiose e spirituali, nata in Afghanistan quasi mille anni fa e diventata celebre grazie ai dischi targati Real World del pakistano Nusrat Fateh Ali Khan) e artisti manganiar (folk classicheggiante interpretato dalle comunità musulmane dei deserti indiani), sotto il nome di “Rajasthan Express”, ha trovato ospitalità presso il Mehrangarh, una fortezza situata sulle colline di Jodhpur, e avvalendosi della supervisione di Nigel Godrich («membro occulto» dei Radiohead e produttore, tra gli altri, di U2, REM, Pavement, Beck etc.), e della sei corde e delle tastiere analogiche del citato Greenwood, ha confezionato un album destinato a raggiungere i negozi, sotto l’egida della prestigiosa etichetta americana Nonesuch, il prossimo 13 di novembre.

Junun (4.2)Anderson ha filmato le prove, le pause, le esibizioni, gli esercizi e i momenti vuoti durante la lavorazione dell’opera, per un totale di 54 minuti: il risultato, presentato all’ultimo New York Film Festival e oggi visibile su MUBI (ma è prevista una proiezione, proprio in questi giorni, anche nel programma della Festa del Cinema di Roma), s’intitola Junun, come il disco e il suo brano portante (ossia «follia d’amore», ascoltabile negli ultimi minuti del film) e in omaggio allo spirito anticonformista del suo regista e dei soggetti immortalati non ricade nelle caselle né del film-concerto né del documentario a sfondo musicale. Tutto sommato, Junun non è neppure un «dietro le quinte», un making of della creazione discografica di Ben-Tzur, Greenwood e soci, perché Anderson non si preoccupa di riprendere le esecuzioni dei brani per intero e, anzi, ondeggia col montaggio tra false partenze e parentesi statiche, tra la singolare bellezza dei panorami e le scene di strada offerte dalla quotidianità di Jodhpur (cittadina da oltre un milione di abitanti). Quello di Anderson è, semmai, un invito, formulato con la familiarità e la confidenza dei documentari folk di Les Blank, a lasciarsi sedurre dall’eleganza ipnotica della musica – uno strepitoso blues mediorientale per cordofoni, pelli, fiati, voci dalla timbrica oscillante e dalle frequenze altissime – qui interpretata in un continuo travaso di radici arabe e indiane. Se però abbandonarsi ai suoni, dato anche il loro coefficiente di suggestione, non è mai difficile, sembra più complesso entrare in sintonia con lo stile adottato da Anderson per illustrarli.

Paul Thomas Anderson
Paul Thomas Anderson

Adorato da alcuni e detestato da altri, il regista del Petroliere (There Will Be Blood, 2007) è stato negli anni paragonato a predecessori ingombranti quali Stanley Kubrick o Robert Altman: nel caso di Junun, l’unico raffronto possibile, mancando del tutto la geometrica razionalità del primo, andrebbe fatto con la dialettica malinconica e cronachista del secondo, ma al di là del gusto per inquadrature lunghe e movimentate (questo sì, speculare all’estetica di Altman), Anderson non sembra così interessato a coinvolgere lo spettatore in quanto accade davanti ai suoi occhi. A parte l’uso un po’ ingenuo del digitale, ravvisabile soprattutto nel primo quarto d’ora, allorché il regista indugia in riprese di videocamera effettuate con un fish-eye stroboscopico ormai sorpassato (e orribile a vedersi) anche nelle clip amatoriali di chi sale per la prima volta su di uno skateboard, lo sguardo di Anderson si anima solo nel finale, quando la macchina da presa, vagando, tramite un bellissimo piano sequenza, in una stanza stracolma di strumenti, tappeti, microfoni, tende damascate e apparecchiature elettroniche, appare quasi incantata dalla luce naturale, verso la quale si dirige, che filtra da una finestra aperta sul paesaggio incantevole del forte. Altrove, l’impressione è invece quella di trovarsi di fronte a uno spettacolo – la registrazione di un disco – cui non si è stati invitati, osservato distrattamente e sovente spezzato da intermezzi (si veda tutta la parte coi musicisti al mercato, in cerca di camicie, copricapi e panciotti) dei quali non si comprende la finalità.

Junun (2) copertina album
la copertina del disco

La musica è al centro della scena: il regista la osserva da lontano, la annusa, le gira intorno e, invece di affrontarla a viso aperto, preferisce collezionare intorno a lei una successione di vignette quasi casuali, tutelate dal dono dell’immediatezza e della curiosità ma in fondo piuttosto estemporanee, e poco memorabili, se separate dall’intensità dei suoni. Anderson vorrebbe ricreare la jam-session degli strumentisti in un riflesso visivo caratterizzato dalla stessa libertà e dalla stessa improvvisazione fluida, nondimeno abbinandovi i fotogrammi sgranati di un’India stracolma di innocenza e colori, anch’essa, per contrappasso, sognante a dispetto della tangibile sofferenza economica. Ambizioni anomale per quest’epoca, gli va riconosciuto, anche se, a forza di rincorrere un’indeterminatezza talvolta fastidiosa di narrazione e contenuti (cattiva abitudine dilagante pure nell’ultimo Vizio Di Forma [Inherent Vice, 2014], dal romanzo omonimo di Thomas Pynchon) diventa quasi impossibile capire a chi si rivolga, cosa voglia dire e perché lo stia dicendo in questo modo.

Gianfranco Callieri

 

JUNUN

Paul Thomas Anderson

USA – 2015 – 54’

voto: **1/2

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