Saluti dai Mulini – parte 1

Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti. Nessuno può pensare di portarsi a casa un’alba o un tramonto. (Tiziano Terzani)

«Buongiorno Signor Saturno,mi ha fatto piacere, ieri sera, ricevere il suo messaggio, e le dirò, mi ha fatto anche molto ridere, sapendola allergico ai telefonini, pensare a quanto tempo le avrà richiesto comporlo! Come le ho detto, non sono scomparsa e sto bene, ma oltre a questo mi fa piacere scriverle una lettera, come si usava una volta, dai luoghi dove sono venuta a trascorrere un fine settimana, per prendere un po’ di respiro dalla città e da tutti quei dibattiti politici e sociali – quelli di cui parliamo sempre – che paiono appassionare tanto (ma proprio tanto!) tutti i nostri concittadini e a me, purtroppo, sembrano sempre più un modo come un altro per estromettere le persone dalle scelte importanti, lasciandole affogare in un mare di chiacchiere dove l’unico risultato è un costante compromesso al ribasso. Qualcuno, tanti anni fa, avrebbe parlato di “oppio dei popoli”, e in effetti il risultato è lo stesso: parliamo di ideologie, di grandi temi e di alti ideali come se parlarne fosse di per sé una forma di impegno, finendo per trascurare le cose concrete della vita quotidiana. Senza rendercene conto, alimentiamo soltanto una confusione crescente. Diamo la colpa alla mediocrità di chi governa, alle persone cui abbiamo delegato la nostra rappresentanza, quando non sappiamo rappresentare neanche noi stessi, e la delusione ci porta a scivolare in un’apatia infiocchettata dentro un mare di retorica e discussioni altisonanti… poi c’è chi, concentrandosi, riesce ancora a prendere delle decisioni, senza farsele imporre dalla moda, dall’abitudine o dalla sudditanza al vocabolario militare di tutti i sedicenti esperti di economia.

Per esempio la Giò e Marco, dai quali sono stata ospitata per un pranzo delizioso, e che, lasciata la città, si sono trasferiti nell’Appennino pistoiese, in una piccola valle, formata da diverse borgate immerse tra faggi e castagne, conosciuta come Orsigna, dal nome del torrente omonimo su cui si trova. Per raggiungerli sono passata (per curiosità, perché il tragitto, arrivando da Bologna, non lo prevederebbe) da Pavana, dove risiede Francesco Guccini e dove mi sono fermata a bere un caffè in un bar-alimentari simile a un viaggio nel tempo, così somigliante, nell’atmosfera, alla bottega di mia nonna, nel dopoguerra, quando ogni cosa sembrava possibile e i princìpi si mettevano in pratica nel lavoro e nella vita di tutti i giorni. La Giò e Marco si sono limitati a tradurre in realtà un principio, senza condirlo con cicalecci sul ritorno alla natura e su altri ritmi di vita: quello di fregarsene delle esperienze eccezionali per sperimentarne una concreta, e cioè provare a far vivere un luogo appartato – la montagna più selvatica e incustodita – portandovi la propria passione, i propri desideri, le proprie braccia e le proprie mani, e al tempo stesso rispettandone la tradizione. Alla Giò, isolana di Sicilia, è sempre piaciuto cucinare; lo abbiamo fatto anche insieme, cimentandoci sui piatti tipici dell’Emilia. Ora lavora al Molino di Berto, un mulino lungo il fiume, rimesso a nuovo nel 2000 (dalla cooperativa Val D’Orsigna) e oggi inserito nell’itinerario dell’Ecomuseo della montagna pistoiese. Tutt’intorno ci sono i boschi, le case in pietra, i sentieri e gli animali, compresi i lupi, naturalmente, forse meno affabili di quelli di città eppure, in un modo o nell’altro, senz’altro meno feroci di chi nei capoluoghi e senza distinzione di riferimento politico, da un evento all’altro, da un’inaugurazione a un convegno, sgomita per accaparrarsi uno straccio di visibilità o per diventare il cortigiano prediletto da filantropi, mecenati e benefattori accomunati soprattutto dalla dubbia origine delle rispettive fortune.

Vede, Signor Saturno, la Valle d’Orsigna e il suo minuscolo paese erano, tanti anni fa, terra di pastori, carbonai e briganti (questi ultimi ne sfruttavano le radure per aggirare la dogana), povera gente d’un tempo, esercitata a sfamarsi con cibi umili quali la farina di castagne. Tiziano Terzani trascorse qui parte della sua infanzia e, dopo aver peregrinato per tutto il mondo, scelse di tornarvi in vecchiaia, affascinato dalle leggende, dagli spigoli e perché no dalla severità di questo villaggio che lui chiamava «il piccolo borgo senza storia e senza eroi». C’è chi arriva a Orsigna in omaggio a Terzani, e trova al Molino di Berto la memoria e la genuinità di allora, perché uno dei principali ingredienti della loro cucina è appunto la farina di castagne, resa disponibile dalla macinatura mediante le ruote del mulino su acqua. E poi le tagliatelle di ortica, gli gnocchi di farina dolce, la cacciagione (avrebbe dovuto assaggiare l’arista “incicciata”, ovvero riempita con salsiccia e castagne), il pecorino a latte crudo, le cipolle stufate, l’erbata e i matugi (piatti della tradizione montanara a base di ortaggi e legumi), i dolci col miele, il vino buono della zona, le grappe fatte in casa… il tutto, a prezzi davvero accessibili se confrontati con quelli di una qualunque, magari modesta trattoria di città, consumato piano, per assaggi, in un ambiente informale, intimo, riposante come i panorami appartati di questa valle. Mi scusi, intendo riguardo la malinconia che mi contraddistingue sempre, ma per una volta, Signor Saturno, i mulini, anziché combatterli, è stato confortante accompagnarli nel loro giro lento, mi creda…»

 (1 – continua)

 MOLINO DI BERTO

Via di Paoluccio, 1 – 51100, Orsigna (PT)

tel. 0573.490101 / 339.1339777

molinodiberto@virgilio.it

sabato e domenica aperto tutto l’anno, negli altri giorni su prenotazione per gruppi da 8 persone in su; durante i mesi estivi aperto tutti i giorni

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