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John Lydon aka Johnny Rotten nel nuovo album dei Public Image Ltd., freudianamente, lo canta chiaro – il piano generale è quello della masturbazione. Tanto lo sanno lui e la sua band, nel caso qualcuno li accusi, che la responsabilità della pubblica immagine è limitata. E con un gran disco come il nuovissimo What The World Needs Now… da portare in giro, Johnny il quasi sessantenne che come pochi altri ha sconvolto il creato della musica post-bellica – Elvis? Dylan? I livelli, concettualmente, sono quelli – Johnny sa che ha le armi giuste per farsi amare ancora nell’AD 2015. Eccome.

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Arriva sul palco è partono tutti i migliori “fuck off” di questo mondo – quelli di Double Trouble, dove si parla di cessi rotti, di sesso putrido e altre primizie (in verità il brano, racconta l’autore, è ispirato a una litigata avuta con la moglie a proposito dell’idraulico che ha fatto il proprio lavoro mica troppo bene – sic!) – il mood è stabilito e lui, Johnny, con la sua affilatissima roncola non ha pietà per nessuno – adorarlo ancora adesso, pertanto, è più che semplice. Quello che segue è puro tribalismo metropolitano che non puoi etichettare ma che esalta per la purezza (!!!) di fondo, quella di chi i compromessi li ha presi a schiaffi fin del giorno uno quando i Sex Pistols dichiararono guerra – guerra che con i Public Image Ltd. è continuata senza ritrarsi né di un attimo né di un centimetro, fra clamorosi cambi di rotta (chi altro si è permesso di avere Ginger Baker e Steve Vai in formazione? Solo Bob Dylan ha fatto di meglio mettendo i Clash, i Pistols e i Grateful Dead in un solo album!) e lunghe pause finalmente interrotte.

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Una quindicina di brani, tutti splendidamente travolgenti – che, per inciso, con quelli presentati di What The World Needs Now… non trovano flessione bensì sublimazione d’intenti – basta prendere il quasi folk-rock di The One (per chi scrive, uno dei più bei brani del 2015!) oppure il luminoso bulldozer in formato sette note Corporate, per intendere al volo che i PiL di oggi non scherzano niente, nonostante la sfacciata immagine ilare – come conferma pure un’altra perla quale One Drop, ripescata dall’ottimo This Is PiL (2012), il disco che dopo vent’anni esatti ha riportato in prima linea il gruppo. Poi Johnny sa che con lui, a toccare certe pagine, si entra nel mito, in quella dimensione che solo pochi si possono permettere – quella di brani immortali quali This Is Not A Love Song, Religion, con quel basso sfascia orecchie che tortura con fine sadomasochismo gli accorsi, e Rise, l’anti-singolo per antonomasia degli anni Ottanta – «Potrei avere torto oppure potrei avere ragione/Potrei essere nero oppure potrei essere bianco», canta Johnny, tutto e niente nello stesso istante. Come quando il più bello degli autoerotismi si compie come tutti sappiamo concludersi!

CICO CASARTELLI

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