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Richard Thompson è così grande che se si è di fretta solo i numeri spiegano la faccenda – che sia fra i cinque grandi chitarristi contemporanei è scontato e idem che sia fra la dozzina di massimi songwriter apparsi da fine anni Sessanta in poi. Il suo è un “chitarrismo” che è un pazzesco vortice di James Burton-Jerry Reed-Frank Zappa mentre come autore di canzoni, davvero, il suo unire humor nero e tradizione murder ballad sullo stesso terreno d’azione fa arrivare Nick Cave buon secondo, e con serenissima pace di tutti. Inoltre, l’uomo è di granito – ha resistito al tempo e ha sempre spostato l’asticella più in alto o i confini più in là, a scelta che tanto è bravo sia a saltare che a correre – in poche parole, quella di Richard Thompson non è semplicemente una storia discografica bensì è un’avventura artistica che, partita tanti decenni fa coi Fairport Convention e approdata quest’anno con un nuovo album, Still, addirittura prodotto da Jeff Tweedy (Wilco), sembra un romanzo di Dostoevskij: grande e spesso, pieno di pagine e di parole ma soprattutto appassionante dalla prima all’ultima battuta.

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Vedere un così bel sold out come questo, conforta molto – pubblico caldo e in adorazione, di quelli che sa in tutto e per tutto di avere dinnanzi un vero santo che respira e cammina. Lui, il Santo-che-cammina, accompagnato da Davey Faragher (basso, novità di questo giro – già al servizio di John Hiatt e di Elvis Costello) e Michael Jerome Moore (batteria, come sempre ineffabile!), ripaga tutto con la solita professionalità misto grinta che davvero è qualità di pochi – o meglio, che pochi sanno manipolare così bene, con somma autorevolezza – a tratti, davvero, sembrava che Richard non imbracciasse solo una chitarra bensì un’intera orchestra.

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Still è il padrone di casa, naturalmente – l’album è fresco e Sir Richard vedi subito che ha voglia di proporlo come di deve – già, perché brani come Patty Don’t You Put Me Down e soprattutto Beatnick Walking (ma peccato anche che niente traccia di Dungeons For Eyes, il numero migliore dell’album) meritano l’esposizione che abbiamo sentito. Poi, per non deludere nessuno, specie i più antichi e fedeli appassionati – ecco che i monumenti della sua inarrivabile carriera affiorano per scatenare il solito maremoto di emozioni: For The Shame Of Doing Wrong, Hard On Me – il momento massimo in quanto a doti chitarristiche – addirittura Meet On The Ledge dei Faiport Convention, Al Bowlly’s In HeavenTear Stained Letter – che dire, un ace di quelli che ti lasciano di pietra – 1952 Vincent Black Lightning, Wall Of Death – altro ace! – Did She Jump Or Was She Pushed?, per non parlare del solito finale cover a sua scelta: che questa volta non è né Hey Joe versione Jimi Hendrix né White Room dei Cream, com’è stato di recente, bensì la quantomai inattesa Take A Heart dei Sorrows, leggendario gruppo inglese di epoca beat. In sostanza, in rassegna passa tutto ciò e tutti quanti non possono che farsi prendere dall’euforia, quella creata da un uomo di esagerata eccellenza – l’OBE Richard Thompson, artista di tal tenore che fatta la matrice poi, la matrice, l’han fatta sparire per renderlo modello unico!

CICO CASARTELLI

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