telefonini“Sono qui in mezzo al cielo ma non vedo Dio”.

È la frase che disse Yuri Gagarin quando volò nell’aprile 1961 nello spazio.

Sentirsi soli. Impossibile, pare, nell’era digitale. Che ci garantisce la sicurezza che non si è mai da soli. Noi tutti abbiamo paura di restare da soli. E nella società moderna, che è diventata sempre più individualizzata, il tempo che trascorriamo da soli è diventato esponenzialmente maggiore. Quando uscì il walk-man, preistoria della tecnologia, i pubblicitari utilizzarono un motto veramente contagioso per pubblicizzarlo: “Mai più soli”. La parola chiave era proprio in quel “più”. Oggi abbiamo Facebook, Twitter, app da installare gratuitamente, si fa per dire. Basta avere un account e non siamo mai soli. Ventiquattrore su ventiquattro, sette giorni su sette, c’è sempre qualcuno a cui possiamo mandare un messaggio. Nel mondo online, c’è sempre qualcuno di accessibile. Non è che non siamo soli, è che non ci sentiamo mai soli. Grazie alla connessione, la paura dell’emarginazione, del non valere nulla, dell’esser escluso completamente dall’accesso alle cose che contano, non esiste più. E in quel momento, nello spazio, compare dio. O Dio. Quello che Gagarin non vide oltre mezzo secolo fa, eccolo che spunta nel firmamento di internet.

I guai iniziano quando si è offline. Ci siamo disabituati a stare soli. Ecco che la gente non sa stare in silenzio con sè, non sa usare la propria voce interiore e quindi, mentre fa qualsiasi cosa parla con se stessa, si fa domande e si dà risposte. E allora per strada s’incontrano sempre più persone che parlano da sole. Sorridono. Annuiscono. Si sbracciano. Un lacerto di libertà in questa soffocante desertificazione popolata del digitale? Si spera. Oppure, anche da soli, parliamo come facciamo quando parliamo con gli altri? Cioè: parliamo con gli altri come fossimo soli, parliamo da soli come se parlassimo con gli altri? Chissà.

Di fatto, giorno dopo giorno mandiamo continuamente dei messaggi a noi stessi con l’intenzione di aiutarci, accudirci, esaminarci, sorriderci, darci ragione. Parlando con noi stessi ci diciamo, per esempio, che dobbiamo continuare a correre anche se siamo stanchi, mentre facciamo una corsetta, oppure di smettere di mangiare anche se avremmo voglia di un’altra fetta di torta, o di trattenerci dal perdere le staffe nel pieno di un litigio. Talvolta questi messaggi esistono solo a livello di pensieri, restando zitti, altre volte vengono esplicitati, in una sorta di conversazione ad alta voce con noi. Un dialogo interiore che diventa esteriore, utile e molto diffuso, anche se non sempre la gente si rende conto di farlo.

Un chiaro modo di combattere la solitudine.

“Poi finiscono con il parlare da soli. Non c’è mica niente di male però non cominciare a risponderti figliolo”, scriveva Jack Keruoak.

Ecco, non diamoci risposte, se devono somigliare alle risposte giudicanti che noi siamo agli altri e gli altri danno a noi.

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